Traduzioni che tradiscono: la distruzione di Montecassino

Dopo essere sbarcati in Sicilia il 10 luglio il giorno 19 gli anglo-americani avevano effettuato il loro primo bombardamento aereo di Roma con lo scopo di indurre alla resa l’ormai stremata Italia. Mussolini pur avendo avuto qualche avvisaglia del duro confronto che l’attendeva nel Gran Consiglio che aveva convocato d’urgenza, non immaginava l’epilogo che ci sarebbe stato, per giunta non adottò nessuna contromisura.

Durante la seduta tenutasi a palazzo Venezia la notte dal 24 al 25 luglio, ci furono vivaci contestazione all’indirizzo del Duce che ormai aveva perduto autorevolezza e Dino Grandi, presidente della Camera di Fasci, presentò una mozione votata a maggioranza che stabiliva il ritorno del controllo delle forze armate nelle mani del Re, decretando in pratica il crollo del regime fascista. Contestualmente il potere ritornava nella mani del Re Vittorio Emanuele III dove Mussolini si recò per incontrarlo a Villa Savoia, oggi Villa Ada sulla via salaria, residenza estiva reale.

All’uscita da Villa Savoia, il Duce venne arrestato dai Carabinieri da sempre fedeli alla monarchia, trasferendolo prontamente in detenzione in un luogo segreto. In realtà il Re era in possesso di informazioni costantemente aggiornate interne al PNF ed al Gran Consiglio quindi aveva avvisato Pietro Badoglio di tenersi pronto per il conferimento dell’incarico il 25 luglio 1943. Il messaggio diffuso a seguito di tali eventi fu quello di restare ai posti di combattimento e nonostante le piazze si fossero riempite a festa per la fine della guerra in realtà non cambio nulla. Badoglio dichiarò che la guerra sarebbe continuata comunque al fianco dei tedeschi. In realtà il Re Vittorio Emanuele III stava portando avanti delle segretissime trattative di pace con gli anglo-americani ed in particolare con il generale Eisenhower al capo dell’operazione nel mediterraneo che si sarebbero poi concluse con l’armistizio di Cassibile, frazione di Siracusa il giorno 3 settembre.

Prima ancora che dal governo italiano, la notizie venne tuttavia diffusa prima dagli alleati il giorno 8 alle ore 19.45, gettando nel caos le varie truppe dislocate al fianco dei tedeschi in Patria e fuori. In realtà la scelta di non diffondere la notizia da parte di Badoglio venne assunta perché il trattato del giorno 3 settembre era solo una bozza la cui forma definitiva sarebbe stata sottoscritta soltanto il 9 Novembre. Il tentativo del maresciallo era quello di defezione dai tedeschi per il riconoscimento di condizioni più morbide per la resa Italiana. Tuttavia gli alleati decisero di terminare il documento del giorno 9 Novembre con la dicitura “arrendere senza condizioni” ovvero “inconditional surrender”.

Alla notizia dell’armistizio le truppe tedesche invasero l’Italia con l’operazione “Alarico” che era già stata prevista da Adolf in quanto alleato non propriamente affidabile.

Nel frattempo la monarchia si era rifugiata da Roma al Sud Italia sotto la protezione degli anglo-americani che nel frattempo stavano risalendo la Penisola arrivando a terminare l’occupazione della Campania nel gennaio 1944.

Nel frattempo visto che lo sbarco di Anzio non aveva portato alcun progresso degno di nota, decisero di muovere le truppe che erano arrivate al confine tra Campania e Lazio, denominata Linea Gustav nel Cassinate. Anche qui i combattimenti estremamente duri non erano riusciti a sfondare le linee tedesche che stazionavano maggiormente sulla collina di Montecassino dalla quale si controllava tutta la via Casilina.

Sulla sommità della collina sorgevano le mura del Monastero Benedettino fondato nel 529 al quale era stato riconosciuto lo status di neutralità ed inviolabilità da entrambi gli schieramenti. I tedeschi si erano impegnati direttamente con il Vaticano a non installare nessun tipi di apparecchiatura, armi o stazionamento di truppe all’interno dell’Abbazia per non trasformarla in un obiettivo militare.

La neutralità invocata dal Vaticano venne rispettata dai tedeschi, riconoscendo una fascia di neutralità di 250 metri circa, come successivamente dichiarato per iscritto dallo stesso abate, Don Gregorio Diamare.

Vuoi per le abilità tedesche piuttosto che per le imcompetenze alleate piuttosto che per l’orografia del territorio, fatto sta che le truppe alleate non riuscivano ad avanzare e stavano pagando un alto costo in termini di sangue versato. Questo fatto gettò un incredibile malumore tra i comandanti alleati che iniziarono ad entrare in tensione.

In particolare l’inglese Francis Tuker ed il neozelandese Bernard Freyberg, cominciarono a chiedere a gran voce il bombardamento dell’Abbazia, formulando delle ipotesi sulla presenza tedesca all’interno della struttura che però non trovarono mai un riscontro oggettivo. Il problema era che la struttura essendo stata dichiarata neutrale non poteva essere bombardata senza una prova della violazione dei termini di neutralità, così gli inglesi facendo ricorso alla loro straordinaria nonché filosofica capacità di manipolazione, imbastirono delle informative con le quali si stabilì che all’interno del Monastero erano state installate antenne militari che fornivano coordinate per gli attacchi all’artiglieria tedesca.

Il generale americano Mark Wayne Clark si oppose fermamente al bombardamento in assenza di riscontri oggettivi, contestando l’inutilità della distruzione del luogo sacro. Il generale teneva molto alla sua immagine pubblica quindi cercava di astenersi dal compiere azioni azzardate.

La propaganda inglese messa in campo così narrava in sintesi << tutti i monumenti in pietra d’Italia abbiano pure tremila anni, non valgono la vita di uno solo dei nostri ragazzi>> oppure <<sono cattolico ma non credo che la salvezza di un monastero benedettino valga una sola vita di un soldato alleato>> tanto che tale propaganda raggiunse le orecchie di Eisenhower che la condivise.

Giova precisare che i tedeschi dal punto di vista tattico non avrebbero avuto comunque nessuna convenienza a nascondersi nell’abbazia, sia per l’estrema visibilità della struttura ed anche perché c’erano molte altre posizioni migliori nei paraggi.

A fine gennaio si tentò un nuovo assalto con le truppe indiane e neozelandesi che però fallirono nuovamente. Il malcontento era al massimo e qualcosa accadde che fece velocemente cambiare idea agli alleati impartendo il comando di bombardare il monastero. Cos’era accaduto? Cosa aveva indotto i vertici a cambiare così repentinamente la propria idea sulle sorti della millenaria struttura?

Si trattò di un errore di traduzione. Nei momenti convulsi in cui si cercava di intercettare i messaggi con cui i comandi tedeschi comunicavano via radio, gli alleati intercettarono un messaggio: <<Who ist der Abt? Ist er noch im Kloster?>> Dov’è l’Abate? E’ ancora nel chiostro? risposta: <<Ja, mi Kloster mia den Monchem>> Si nel chiostro con i Monaci.

Casualità… accadde che l’ufficiale inglese addetto all’intelligence, mai identificato e per il quale mai si volle rivelare il nome, equivocò il significato del termine Abt, ritenendo che non dell’abr (der Abt) L’Abate si trattasse bensì dell’Abt (Die Abt) inteso come abbreviazione di Abteilung, “battaglione militare”; come è stato possibile confondere Abt (Abate) che è un termine maschile ed in tedesco si dice Der Abt con invece l’abr che è l’abbreviazione del sostantivo di genere femminile Abteilung (battaglione militare) che in tedesco risulta Die Abt.

Per chi conosce il tedesco trattati di una differenza rilevante e sicuramente non trascurabile. Conoscendo il fare inglese ci chiediamo sia possibile quindi sostenere che di fatto, all’interprete venne suggerito di modificare quella lettera garantendogli poi l’anonimato, fatto che poi avvenne, come i fatti storici testimoniano.

Il 15 febbraio venne lanciato il bombardamento aereo e guardacaso proprio mentre le bombe già erano state sganciate, il colonnello inglese David Hunt nel ricontrollare il messaggio incriminatorio si accorse dell’errore. Orami era comunque troppo tardi e l’Abbazia venne completamente rasa al suolo.

Link al video del bombardamento

I risultati furono oltre che la distruzione di un gioiello medievale, la morte di duecentocinquanta e più civili che si erano rifugiati nel monastero ritenuto territorio neutrale, morirono una cinquantina di tedeschi che erano all’esterno oltre la fascia di garanzia del 250 metri ed essendo le bombe del tempo non proprio precise… per non dire che spesso andavano proprio su altri obiettivi, vennero uccisi perfino i soldati indiati del Commonwealth Britannico che stazionavano più in basso rispetto ai tedeschi.

L’Abbazia di Montecassino successivamente ai bombardamenti Anglo Americani

Ironia della sorte, la posizione nonostante bombardata non venne mai conquistata perché i tedeschi utilizzarono i ruderi dell’Abbazia per stabilire nuove posizioni di attacco guadagnando una migliore posizione difensiva, non avendo più il problema del rispetto della neutralità dei luoghi in quanto il patto era stato violato per prima dagli alleati.

Fu solo nel mese ed alla quarta battaglia che i valorosi combattenti polacchi agli ordini del tenente generale Wladyslaw Anders riuscirono ad avere la meglio sulla resistenza tedesca. Ancora oggi è possibile ammirare ai piedi dell’Abbazia il cimitero polacco, dove ogni anno si celebra la ricorrenza in memoria dei caduti di quell’attacco.

Tratto dal libro di Gianni Fazzini “Gli errori che hanno cambiato la storia”

BCE: storia di una sconosciuta

Il primo passo verso l’istituzione della BCE è stato mosso sotto la spinta causata dalla piena consapevolezza almeno un decennio prima dell’imminente crollo del muro di Berlino ad opera del trio Reagan, Bush, Gorbachev in tandem con Margaret Thatcher e Giovanni Paolo II. Si manifestò così l’esigenza conseguente di una visione strategica per il capitalismo USA che aveva vinto il braccio di ferro con l’Unione Sovietica, serviva una visione che andasse oltre le macerie della guerra fredda.

Alla notizia della fallita rielezione di Gorbachev che aveva ceduto il passo ad un inadeguato Boris Nikolaevic Eltsin, il Deep State Sovietico approfittando di un periodo di villeggiatura fuori Mosca del neoeletto, tentò un colpo di stato al fine di impedire la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Il risultato ottenuto fu l’opposto di quello desiderato perché il popolo ormai stremato non diede seguito e si ebbe così il riposizionamento di Gorbachev come presidente dal 21 agosto 1991 alle ore 18.00 del 25 dicembre 1991, quando ormai la dissoluzione degli Stati dell’Unione era avvenuta anche a seguito del referendum di uscita dell’Ucraina del 12 dicembre, colpo di grazia.

Bisognava dare una prospettiva alla nuova locomotiva tedesca. Gli addetti ai lavori in Europa al fianco degli USA e del Vaticano con l’operazione Solidarnosc, ben conoscevano le disastrose condizioni economiche dell’Unione Sovietica che non si sarebbe mai risollevata ed avevano ben compreso l’imminenza della dissoluzione che si sarebbe concretizzata di lì a poco, quindi nel 1988 assunsero la decisione di realizzare l’Unione economica e monetaria: la libera circolazione di capitali, un’autorità monetaria comune e una politica monetaria unica per i paesi dell’area dell’euro. Gli USA evidentemente ritenevano più facile e meno dispendioso controllare un solo parlamento a Bruxelles piuttosto che stare col fiato sul collo a tutti gli Stati d’Europa.

Mai avrebbero potuto immaginare che in un angolo in penombra la Cina stava osservando defilata e man mano che prendeva forma il progetto europeo, ne programmava l’infiltrazione e la sottomissione ai suoi interessi.

Di fatto il Comunismo non è mai stato eradicato ed oggi è tornato forte più che mai, come non lo era mai stato prima nella storia con il cyber comunismo 5G.

Nel giugno 1988 il Consiglio europeo confermò l’obiettivo della progressiva realizzazione dell’Unione economica e monetaria (UEM) e assegnò a un comitato guidato da Jacques Delors, all’epoca Presidente della Commissione europea, il mandato di elaborare un programma concreto per il suo conseguimento.

Il Comitato era composto dai governatori delle banche centrali nazionali della Comunità europea, e dettero vita al “Rapporto Delors”, redatto a conclusione dei lavori che proponeva di articolare la realizzazione dell’Unione economica e monetaria in tre fasi distinte, volte alla realizzazione del cd. mercato unico, della moneta unica e della libera circolazione dei capitali, delle merci e delle persone.

Come al solito senza regole in grado di garantire i principi di solidarietà sociale e dumping fiscale come la storia avrà poi modo di mostrare. Migliaia infatti di aziende di grandi dimensioni hanno trasferito la sede legale dall’Italia all’Olanda oppure al Lussemburgo per i regimi favorevoli di tassazione dei dividendi, così come migliaia di attività industriali hanno trasferito gli impianti produttivi nell’est Europa per reggere all’evasione low cost cinese. L’assenza dei dazi poi ha completato la devastazione del mercato interno.

Oggi che mancano i soldi nelle tasche degli italiani, gli sguardi sono tutti rivolti a Bruxelles ed in particolare alla Banca Centrale Europea che detiene i poteri di gestione della politica monetaria europea, ed in molti si chiedono come mai le decisioni assunte da questo Istituto siano state nel corso della sua esistenza e del suo presente così lenti e nonché sfavorevoli ai Paesi del mediterraneo.

La BCE nasce dalla riluttanza degli stati membri nella gestione della politica monetaria nazionale. I politici dell’epoca sostenevano che liberandosi dalla gestione di tale incombenza e passandola nelle mani di un organismo sovranazionale avrebbero non di poco alleggerito le loro incombenze e le altrettante gravose responsabilità. Gli attacchi speculativi alla lira ed alle monete sovrane contribuirono “causalmente” non poco a convincere i governi a liberarsi di tale fardello.

Anche se l’idea di fondo sembrava giusta, i grandi filosofi politici che si facevano portavoce del capitalismo neo liberista, trascurarono del tutto le modalità con le quali avremmo lasciato una valuta di nostra proprietà per andare in affitto. Com’è stato possibile che sia sfuggito un dettaglio di tale importanza? Pressappochismo italiano oppure cattiva fede? Forse non lo sapremo mai, ciò che invece sappiamo bene è cosa sia lo Spread, i MES e come gli altri stati dell’Unione si dilettano a fare dumping fiscale ed ostacolare politiche economiche favorevoli ad una ripresa economica dell’area del mediterraneo.

Eurotower di Francoforte, sede e simbolo della BCE

Rivedendo un’intervista di Lucia Annunziata a Beniamino Andreatta rilasciata proprio in quei giorni nei quali decisero di ipotecare il Paese, oltre a percepire un certo disprezzo ed una sorta di “derisione” della valuta nazionale, possiamo oggi constatare che di tutte quelle previsioni di benessere e vantaggi non se ne è concretizzata nemmeno una. Acquistano allora anche un senso maggiore le pesanti critiche mosse da Bettino Craxi e Francesco Cossiga alla moneta unica, due nomi che ben avevano scolpito nella mente il significato di amor di patria e socialdemocrazia.

Perché la BCE non persegue fini di utilità sociale ma ragiona da banca privata pur non essendolo? Cerchiamo di capirlo partendo dalla sua storia e dai regolamenti di gestione.

Una prima risposta possiamo già trovarla nel regolamento SEBC (Sistema Europeo Banche Centrali) che ha istituito l’Ente.

Art.7 del protocollo SEBC “Conformemente all’articolo 108 del trattato, nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dal trattato e dal presente statuto, né la BCE, né una banca centrale nazionale, né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni e gli organi comunitari nonché i governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della BCE o delle banche centrali nazionali nell’assolvimento deiloro compiti.” Questo articolo sancisce l’indipendenza decisionale della BCE.

Avete letto bene, coloro i quali si sono spogliati delle valute nazionali ed hanno investito nella quote della BCE non possono in alcun modo suggerire oppure orientare eventuali scelte di politica monetaria. Ricapitolando l’affare che abbiamo fatto: rinuncia a battere moneta, investimenti in quote della BCE senza possibilità di proferire parola. Una sorta di Trust quindi, ma se non decidono gli azionisti allora chi decide le politiche monetarie?

Ebbene, il consiglio direttivo…

Il Consiglio direttivo è composto dai 6 membri del Comitato esecutivo e dai 19 governatori delle banche centrali nazionali dei paesi partecipanti all’area dell’euro. Dove i 6 membri hanno diritto di voto permanente mentre gli altri… udite udite… votano a rotazione!

Qui la faccenda diventa interessante: “La rotazione contribuisce a preservare la capacità di azione del Consiglio direttivo” quindi preservare una capacità d’azione, significa preservare una linea di condotta sconfinando nello spigoloso mondo dell’etica! E ancora… “I governatori delle banche centrali nazionali sono suddivisi in diversi gruppi; a questo fine i paesi dell’area dell’euro sono ordinati in base alle dimensioni delle loro economie e dei loro settori finanziari.”

I governatori dei paesi che occupano dalla prima alla quinta posizione (attualmente Germania, Francia, Italia, Spagna e Paesi Bassi) dispongono collettivamente di 4 voti, mentre tutti gli altri (14 con l’adesione della Lituania il 1° gennaio 2015) condividono 11 voti. I governatori esercitano a turno i diritti di voto, con una rotazione mensile.” ai membri del Comitato esecutivo della BCE è riservato il diritto di voto in via permanente.

Se la matematica non è un’opinione i primi 5 Paesi hanno a disposizione ben 20 voti mentre i restanti condividono 11 voti. Questo significa che gli equilibri praticamente sono predeterminati, anche nel caso in cui, come sta accadendo per l’Italia uno dei Paesi che dispone di 4 voti volesse manifestare la sua contrarietà ad una politica sfavorevole.

Il curioso fenomeno della rotazione mensile

A differenza della FED per la quale la rotazione è prevista annualmente, per la BCE è stata furbamente prevista mensilmente. Questo significa che il fulcro del potere diviene così il calendario delle votazioni, per assurdo… basterebbe che una determinata votazione si trovasse nel mese della maggioranza proiettata in una determinata direzione piuttosto che un’altra per modificarne l’esito.

E’ pacifico che la stessa votazione può avere esiti diversi a seconda della composizione del Consiglio. Ecco perché la soluzione su base annuale appare molto più corretta. Non a caso è stata adottata per il dollaro che può definirsi una valuta vera in confronto all’euro. Scegliere infatti oggi di mantenere i propri risparmi in euro anziché in dollari, è un gesto di grande coraggio per il quale non è prevista tra l’altro nessuna ricompensa.

Qui potrete trovare il link ufficiale al sito della BCE che illustra i passaggi summenzionati.

E se un cittadino europeo a qualsiasi titolo volesse sapere i soldi delle proprie tasse come vengono gestiti dalla BCE? Vediamo cosa dice il regolamento:

Il pubblico accesso agli archivi della BCE è disciplinato da una decisione della BCE del 4 marzo 20046 che conferisce al pubblico il diritto di accedere ai documenti della BCE in linea con le risoluzioni del Consiglio europeo di Birmingham (1992) e di Copenaghen (1993), allo scopo di avvicinare la Comunità ai cittadini e di riconoscere il legittimo interesse di questi ultimi per l’organizzazione e il funzionamento delle istituzioni e degli organi finanziati con fondi pubblici.

Per “documento” si intende qualsiasi contenuto informativo, indipendentemente dal supporto su cui è presentato, che sia elaborato o detenuto dalla BCE e riguardi le sue politiche, attività o decisioni. Il pubblico ha quindi accesso anche ai documenti provenienti dall’IME e dal Comitato dei governatori, che sono custoditi negli archivi della BCE.

Per quanto riguarda la riservatezza dei verbali delle riunioni degli organi decisionali della BCE, l’accesso ai documenti non è autorizzato qualora la loro divulgazione non sia nel pubblico interesse. La riservatezza di tali verbali e di documenti collegati viene mantenuta per un periodo massimo di trent’anni. La motivazione alla base di ciò (cfr. sezione 4.2.2) prevale sull’interesse pubblico ad accedere alle informazioni, senza tuttavia recarvi pregiudizio, poiché la BCE comunica in modo dettagliato gli esiti delle riunioni dei suoi organi decisionali.

Le richieste di accesso ai documenti della BCE vanno indirizzate alla Direzione Generale Segretariato e servizi linguistici, preposta alla gestione degli archivi della BCE. In caso di rifiuto è possibile sottoporre la domanda al Comitato esecutivo. Se la BCE respinge definitivamente una richiesta, il soggetto interessato si può rivolgere all’Ombudsman (mediatore europeo) e alla Corte di giustizia, ai sensi degli articoli 195 e 230 del Trattato CE.

Quindi ricapitoliamo, una banca pubblica che però agisce come una banca privata, per rilasciare informazioni o documenti sul proprio operato stabilisce da sé (quindi privatamente) se la richiesta ricevuta persegua un interesse pubblico o privato. Ma l’interesse del privato essendo cittadino di uno stato membro e quindi di fatto avendo messo anch’egli denaro nella BCE come fa a non essere definito pubblico interesse? Mistero. Ci dicono comunque che se non ci sta bene possiamo fare ricorso alla CGE. Auguri.

Dunque ci chiediamo come tutto ciò sia potuto sfuggire all’attenzione dei miopi filosofi del pensiero unico europeo degli anni ’90? Quelle scelte oggi si ripercuotono sulla serenità, sullo sviluppo e sul benessere del Paese. L’eterno dilemma della politica italiana: superficialità e quindi incompetenza oppure dolo?

Andreatta, europeista convinto? Perché decise di farci abbracciare la causa della moneta unica praticamente bendati, mentre quando bisognava poi sostenere le industrie europee si trovava sempre dall’altra parte?

Fecero scalpore le dichiarazioni dell’allora ministro della Difesa, Beniamino Andreatta, a favore dell’F-35 USA rispetto al caccia europeo. «L’ultimo caccia americano costa la metà dell’Eurofighter ed è migliore sotto il profilo tecnologico, perché può muoversi con un sistema di collegamenti via satellite, senza scoprirsi», disse Andreatta il 9 luglio 1998, all’assemblea dell’Aiad. Andreatta si schierò a favore del Jsf-F-35 davanti ai rappresentanti delle industrie nazionali della difesa, più favorevoli al caccia europeo prodotto dalle industrie di quattro nazioni (Gran Bretagna, Germania, Spagna e Italia) che, nelle previsioni, avrebbe dovuto assicurare più lavoro alle fabbriche italiane, rispetto a un aereo americano. Gli americani promettevano costi unitari medi per velivolo più bassi in base all’assunto di arrivare a vendere tra i 2.500 e i 3.000 aerei, non solo in casa loro ma in tutto il mondo. L’Efa in origine partiva da una stima di ordini domestici, dei quattro paesi costruttori, di 620 aerei.

Molti fenomeni strategici purtroppo sfuggono ai radar italiani perché programmati secondo il linguaggio sopraffine e manipolatorio di scuola britannica, è possibile però notare come abilmente siano stati adottati dagli stati centrali europei. In altri casi invece è palese un indottrinamento ideologico nonché la convergenza di interessi personali che a giudicare lo stato in cui è ridotto il Paese, mal si sono conciliati con quelli nazionali, sperando che l’Italia decidendo di restare nell’Euro a tutti i costi non faccia la fine della Grecia affetta dalla sindrome di Stoccolma. O meglio di Berlino.

Altro elemento storico ma di riflessione contemporanea bisogna farlo sui pesanti interventi del Vaticano nel fronte dei sostenitori del pensiero unico europeo e della propaganda globalista contro quei patrioti che come Craxi tentavano di preservare l’interesse nazionale.

Mentre erano impegnati a formare la classe dirigente europea sarà sfuggito dai calcoli dei gesuiti che mantenendo questa linea, come disse Paul Valery nel 1944 “l’Europa diventerà quello che in realtà è, cioè un piccolo promontorio del continente asiatico” e che il partito unico di Pechino sarà costretto a promulgare una legge straordinaria per regolarizzare le badanti europee nel giro di un ventennio. Un futuro ottimo per il Vaticano che avrà esteso il proprio raggio d’azione nella terra adottiva di Matteo Ricci, un tantinello meno buono per i popoli di quei Paesi che come l’Italia hanno visto lievitare vertiginosamente il numero dei poveri. E sappiamo che dove più c’è povertà più c’è fede. Equazione agghiacciante.

Accanto a saggi di rilievo di studiosi come Paolo Pombeni e Piero Craveri, troviamo un apparato documentario imponente che ci mostra come, per la Dc, Craxi fosse un rompicapo e un pericolo vero, mentre il mondo cattolico provava una sorta di attrazione-repulsione verso il progetto egemonico del leader socialista. Per i gesuiti, almeno da un certo punto, egli divenne il nemico da abbattere. Craxi appartiene al passato, ma il suo spettro continua a percorrere il nostro presente.

Il ruolo decisivo del pepe per la nascita delle crociate

Quando l’esercito dei Goti guidato da Alarico saccheggiò Roma nell’estate del 410 A.C., Gerolamo che poi divenne santo scrisse “si è spenta la luce più viva del mondo, se può perire Roma, cos’altro ci resta di sicuro?”. Una visione contrapposta invece era data da quegli autori cristiani che videro nella fine dell’Impero Romano un tempestivo intervento divino per salvare l’umanità dal paganesimo.  Recentemente uno storico economico inglese, evidentemente sensibilizzato dal gravoso sistema di tassazione prevalente oggi nel Regno Unito ha interpretato la caduta di Roma come un provvidente evento liberatorio per milioni di europei gravati ormai da tributi insostenibili. Cosa che peraltro sta accadendo con l’Unione Europea…

Sulle cause della caduta dell’Impero Romano vi sono innumerevoli tesi ricorrenti.

Per alcuni il declino dell’agricoltura ed il diffondersi del latifondo, la caduta della fertilità piuttosto che l’affermarsi dello stato burocratico-assistenziale, per un sociologo americano invece la reale causa sarebbe ascritta all’avvelenamento da piombo della classe aristocratica romana.

In realtà non è stato un singolo elemento a decretare il passaggio epocale bensì l’insieme degli elementi che hanno concorso al risultato finale. Nell’Europa contemporanea e più marcatamente in Italia sono presenti tutti gli elementi tipici del declino che contribuirono alla fine del tempo degli imperatori. La bassa natalità, l’eccesso di burocrazia, il trasferimento del potere da quello esecutivo a quello giudiziario alienando il potere legislativo al parlamento, non ci siamo fatti mancare nulla, persino l’avvelenamento da piombo dell’antica roma oggi è riconducibile al Sars-CoV2.

Ponendo in serie tutti questi elementi come una sorta di mega addizione, il risultato finale renderà comprensibile l’imminente declassamento del rating italiano ed i mal di pancia dei mercati finanziari. Tuttavia nessuna risposta valida è arrivata sul versante del PIL che dall’introduzione dell’euro in Italia è crollato vertiginosamente.

L’ultimo baluardo delle PMI italiane era il famoso “assegno trasferibile” che consentiva di scambiare beni e servizi senza mettere mano al portafoglio, costituendo una sorta di credito virutale che dopo vari passaggi e qualche mese veniva incassato, lasciandosi alle spalle gli utili generati dalle merci che nel frattempo erano già state rivendute comprensive del relativo guadagno. Evidentemente il fatto di non doversi obbligatoriamente indebitare con le banche per operare nel settore del commercio ha fatto irritare qualche burocrate che prontamente è stato ascoltato dal governicchio di turno arrivando a decretare sanzioni fino al 40% dell’importo dell’assegno stesso in caso di emissione di assegno privo della dicitura “non trasferibile” ma per carità!

Ciò che potrebbe essere stupefacente è la correlazione al tempo di Roma tra l’avvelenamento da Piombo e l’infertilità, ove il metallo pesante si era reso responsabile di aver falciato le nascite a causa delle proprietà chimiche caratterizzanti, ove il piombo contemporaneo pare proprio essere la crisi economica galoppante dall’introduzione della moneta unica e che ha causato il crollo della fiducia, delle aspettative, delle condizioni sociali che si ripercuotono inevitabilmente sul tasso di natalità.

Fino e ieri si viveva solo nell’epoca della guerra economica che stavamo peraltro perdendo, oggi ci troviamo invece a combattere oltre che la guerra economica, quella biologica del nuovo coronavirus, quella finanziaria degli attacchi speculativi alle aziende nazionali, quella informatica agli ospedali e centri di ricerca.

Quindi il quantitative easing santificato dal mondo bancario – che per giunta ancora ci deve spiegare che fine ha fatto fare a quel mare di liquidità – non si è rivelato una terapia per una pronta guarigione ma un semplice “cerotto” di scarsa qualità e per giunta molto costoso! E’ noto infatti sin dal primo anno di ragioneria (perchè non serve una laurea per capirlo) che aumentando la quantità di moneta circolante i prezzi lievitano, e se gli stipendi non lievitano contemporaneamente si riduce la capacità di acquisto ergo ci siamo impoveriti ulteriormente.

Lungi dal criticare il bazooka di Draghi però ci chiediamo perché i contratti di lavoro sono bloccati al costo della vita di 20 anni or sono? La risposta a tale domanda forse potremmo trovarla negli occhi luccicanti dei Democratici che scrutano con invidia la manodopera a basso costo di Pechino buttando al secchio tutti i diritti conquistati dalla classe operaia italiana dal 1945 ad oggi.

Anche perché ci sarebbe da notare che in Italia pur non avendo un partito unico come in Cina, stranamente ci ritroviamo al governo sempre le stesse persone. Illusioni di democrazia le chiamano in un sistema concepito dagli “alleati” per essere facilmente governabile anche dall’esterno.

Così ci siamo ritrovati da Craxi in poi ad avere governi dove cambiava tutto per non cambiare nulla, compresa la sistematica svendita degli asset di Stato.

Nell’antica roma, ad ogni cambio d’imperatore veniva istituito un nuovo conio e man mano si ritiravano quelle riportanti le vecchie effige, si attivavano gli scalpellini che provvedevano a riscrivere le famose pietre miliari. Nell’antico egitto i faraoni addirittura decretavano una nuova lingua, ordinando la distruzione di tutti i manoscritti riportanti il predecessore. Ebbene costui non erano cretini, bensì utilizzavano degli strumenti ideati per il controllo del potere. Chissà cosa potrebbero pensare di noi queste antiche civilità vedendoci parlare in inglese, oppure utilizzare una moneta che non ci appartiene e sulla quale non abbiamo nessun controllo. Ma riprendiamo la narrazione dell’illustre Carlo M. Cipolla, cercando di trarne qualche insegnamento:

Dunque arrivò il tempo in cui Romani non furono più in grado di contenere i barbari e lo sconquasso che seguì fù profondo e generale. Rufino confessava amaramente “come si può aver l’animo di scrivere? Si è circondati di armi nemiche e d’attorno non si vedono che città e campi devastati”. In effetti le attività intellettuali contemporanee sono marcatamente limitate. Queste condizioni dettero vita al cd. Medioevo, i cui primi secoli vennero definiti “secoli bui” ma è proprio nel buio che accadono cose strane.

Filippo di Vitry, segretario di Filippo VI spiego la cosa così: “per sfuggire alle calamità incombenti la gente si divise in tre parti. Una si incaricò di pregare il Signore Domineddio. La seconda si dedicò al commercio e all’agricoltura. Ed infine, per proteggere le due suddette parti da ingiustizie e da aggressioni, furono creati i Baroni”. In realtà Filippo di Vitry commise un’epocale svista in questa ricostruzione, ove i Baroni tutti gli interessi avevano, tranne che quello di proteggere le altre due parti sociali da ingiustizie. Anzi, non perdevano occasioni per concludere affari molto convenienti per proprie finanze. Avendo ben inteso che più si menavano le mani e più si guadagnava, decisero di aggiungere violenza su violenza, ruberia su ruberia. Curiosamente notiamo che oggi per tentare di risolvere i problemi di liquidità che attanagliano il Paese ci si affida ai baroni europei, con quali risultati presto lo vedermo.

Non vennero risparmiate al tempo nemmeno le comunità scandinave che ora come allora non si sentivano chiamate in causa dai devastanti eventi. Le donne assunsero un ruolo di “formidabili vichinghe” che non si fecero mai sottomettere dagli uomini. Non fa meraviglia quindi che i mariti optassero per lunghi soggiorni all’estero con la scusa di espandere i territori al fine di allontanare i gravosi “problemi domestici”. Per comprendere la frustrazione dei vichinghi maschi, basti pensare che venne ideata una spedizione di circa duecento uomini verso la Francia al fine di cercare del vino.

IL PEPE: CAUSA SCATENANTE DELLE CROCIATE

La caduta di Roma determinò un forte rallentamento delle vie di commercio con la conseguente carestia del pepe, spezia ricercatissima al tempo. Infine l’avanzata musulmana del VII e VIII secolo dell’era cristiana diede il colpo finale alle già traballanti relazioni commerciali tra Est ed Ovest.

Il Pepe è risaputo essere un formidabile afrodisiaco. Privati del pepe gli europei riuscirono quindi a stento a controbilanciare le perdite di vite umane causate dai costanti conflitti causati dai baroni, dagli scandinavi, dai pirati arabi e dagli invasori ungheresi. La popolazione diminuì e le città si spopolarono, proprio come oggi accade nelle periferie italiane. Persa ogni speranza in una vita migliore in questo mondo, la gente pose sempre di più le proprie speranze nell’al di là e l’idea di ricompense in cielo l’aiutò a sopportare la mancanza di pepe su questa terra.

Si saranno accorti a Santa Marta che i “popolani” oggi hanno bisogno di fede, speranza, prospettive di vita, aggrappandosi ai capisaldi cristiani?

E’ un dato di fatto che la povertà aumenta le speranze di una vita migliore nell’al di là. Più poveri più fede verrebbe sa pensare. Le difficoltà economiche e la quarantena stanno restituendo un ruolo primario all’istituto della famiglia e della casa, elementi messi al centro di dubbi, ipotesi di ristrutturazioni e di profonde critiche proprio dalla chiesa contemporanea che è parsa inseguire ideali liberal democratici di matrice anglosassone, di quegli stessi ideologi partiti dall’Arkansas con il business dei voli commerciali dall’Afghanistan e che frequentavano la villa del fù Epstein che ormai adesso chissà, si troverà seduto nell’aldilà con un Sindona sorseggiando una tisana (non un caffè) raccontandosi delle loro amicizie “comuni” nel corso della vita, con quali sorprese!

Dunque lo spartiacque del nuovo millennio è stato rappresentato dalle imprese compiute da due “ignoti” personaggi: il Vescovo di Brema e Pietro l’Eremita i quali, preso atto della violenza che li circondava decisero di canalizzare quest’ultima verso l’esterno, evitando che gli europei continuassero a macellarsi con gli altri europei. Decisione alla quale forse un giorno giungeranno anche le popolazioni islamiche.

Così il vescovo tuonò nel 1108: “gli slavi sono gente abominevole, e la loro terra abbonda di miele, grano e selvaggina. Giovani cavalieri, volgete ad oriente”. Così, dando libero sfogo alle teste calde tedesche, alla ricerca delle delizie culinarie appena descritte, nacque oltre il fiume Elba lo Stato Prussiano.

Pietro l’eremita era francese. Come scrisse Guglielmo di Tiro “Pietro nacque nella diocesi di Amiens nel Regno di Francia. Era minuto e di salute malferma, ma aveva un grandissimo cuore”. Secondo Guilberto di Nogent, Pietro “mangiava pochissimo pane e, viveva di solo pesce e vino”. Non aveva quindi problemi di colesterolo. Ciò che nessuno racconta tuttavia, è che Pietro aveva un debole per i cibi pepati.

Se consumava solo pesce e vino lo faceva perché era un povero eremita e non un ricco abate e quindi non poteva permettersi di acquistare il pepe trafugato in Occidente dai contrabbandieri e rivenduto a carissimo prezzo.  Solo nel suo eremo circondato dai grandi silenziosi alberi della cupa foresta, Pietro soffriva in silenzio e pregava costantemente la Divina Provvidenza per un po’ di pepe da aggiungere ai suoi semplici pasti.

Ma la divina provvidenza sapeva che anche una piccolissima dose di pepe avrebbe compromesso la vita spirituale di Pietro e pertanto al posto del pepe gli mandava pioggia, neve e fulmini. Solo nel suo eremo, frustrato dai continui insuccessi delle sue preghiere, Pietro elaboro gradualmente un grande disegno: promuovere una crociata che avrebbe liberato la Terra Santa dall’oppressione musulmana e che nello stesso tempo avrebbe riaperto le vie di comunicazione con l’Oriente e pertanto reso nuovamente possibile il rifornimento regolare di pepe all’Europa. Con un colpo solo si potevano ottenere l’assicurazione di un dolce futuro premio in Cielo e il premio pepato sulla terra.

Quanto al successo dell’impresa non vi potevano essere dubbi: come avrebbe potuto messer Domineddio, che pure conosceva l’aspirazione recondita di Pietro, negare il proprio aiuto ad un’impresa che avrebbe annientato i musulmani e liberato la Terra Santa?

E’ incredibile come un’idea possa trasformare un uomo. Pietro l’Eremita, il silenzioso, solitario Pietro, abbandonò i grandi e silenziosi alberi della cupa foresta e peregrinò di capanna in capanna, da villaggio a villaggio, da castello a castello, infiammando animi e cuori con un linguaggio irresistibile. “Era un grande oratore scrisse” Guglielmo di Tiro con ammirazione.

In tutte le forme di migrazione umana, vi sono forze di attrazione e di spinta. Il pepe fu certamente la forza di attrazione; il vino fu la forza di spinta. Il francese Reutbeuf riferisce che dopo una notte di abbondanti libagioni, i baroni erano pieni di fervore per la Crociata, e segnavano ad alta voce prodezze in battaglia ed atti di gloria.

Le condizioni economiche e sociali del tempo facilitarono il progetto di Pietro. La Chiesa ufficiale aveva sempre rimproverato ai baroni la loro condotta violenta e sanguinaria. Ora Pietro forniva a costoro la possibilità di dar legnate al prossimo meritandosi gli elogi invece che i rimbrotti della Chiesa. I giovani virgulti della nobiltà privati dei diritti di successione secondo la ferrea legislazione feudale, videro nel piano di Pietro la possibilità di conquistare possedimenti in Oriente, e, nel contempo, acquisire meriti agli occhi dell’Onnipotente. E la gente comune intravvide la possibilità di cambiar vita: farla finita con il proprio miserabile stato e partecipare al saccheggio dei tesori orientali con il beneplacito e la benedizione del Signore.

Dopo la caduta dell’Impero Romano, le strade e le vie di comunicazione caddero in rovina a vantaggio dell’utilizzo delle vie d’acqua dove i pirati musulmani erano in netto vantaggio per esperienza e capacità. Fù così che la maggioranza dei crociati scelse la via di terra, almeno fino a Genova o Venezia.

Il viaggio era lungo ed i crociati erano consapevoli che per quanto infervorati dal vino e dalle parole di Pietro l’eremita sarebbe loro occorso molto tempo per sconfiggere gli infedeli e che non avrebbero rivisto la propria terra e la propria moglie per anni e anni a venire.

Tralasciando la Scandinavia, si può affermare con assoluta certezza che l’Europa nel Medioevo era dominio incontrastato dell’uomo, signore e padrone assoluto. Cosa ne pensassero le donne nel loro intimo, non si sa. A parole dichiaravano di accettare la supremazia del maschio. 

Diceva però un proverbio “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. Quasi tutti i crociati erano analfabeti, ma conoscevano bene i proverbi. Nacque così in quel contesto socio culturale l’idea della cintura di castità. Un crociato dopo l’altro prima di partire pensò di mettersi al riparo da brutti scherzi facendo serrare la propria moglie nella scomoda (per la moglie) ma rassicurante (per il marito) cintura. Furono tempi d’oro per i fabbri e per la metallurgia europea. E questo fu solo il primo di un’intera serie di sviluppi spettacolari.

I musulmani furono sconfitti. Pietro poté soddisfare la sua gran voglia di pepe e dimenticò i grandi alberi silenziosi della cupa foresta. I crociati trovarono in oriente cose interessanti e dimenticarono allegramente la loro terra e le loro mogli con la cintura. Come scrisse un cronista dell’epoca, Fulcher di Chartres.

Noi che eravamo occidentali siamo diventati orientali. Abbiamo già scordato il nostro paese natale. C’è chi già possiede una casa, una famiglia e dei servitori come se li avesse ricevuti dal padre o per diritto ereditario. C’è chi ha per moglie non una conterranea bensì una siriana, un’armena o financo una saracena battezzata. Ogni giorno ci raggiungono i nostri parenti ed amici dopo aver liberamente lasciato tutti i loro averi in occidente. Da poveri laggiù, il Signore qui li ha resi ricchi. Le loro poche monete sono divenute tantissime e tutte d’oro. Perché dunque, tornare in occidente?

In questa incredibile faccenda in cui furono stranamente coinvolti messer Domineddio, il pepe, le monete d’oro, gli eremiti, i signorotti feudali e le donne saracene, i soli a non perdere la testa furono gli Italiani. Tra costoro, i Veneziani, ai tempi tristi delle invasioni germaniche si erano rifugiati su alcune isolette in mezzo alle paludi e su quelle isole come ebbe a notare un osservatore del X Secolo, “illa gens non arat, non seminat, non vindemiat” Quella gente non ara, non semina e non vendemmia – per vivere dovevano dunque darsi al commercio.

Uno storico americano scrisse alcuni anni or sono che “l’avidità veneziana per i profitti derivati dal commercio e ottenuti con ogni mezzo poteva paragonarsi solo alla mancanza di scrupoli che caratterizzava i genovesi”. Un economista anglosassone altrettanto censorio scrisse “gli ingenui crociati si trovarono avviluppati in una rete di interessi commerciali di cui capivano poco o nulla. Durante le prime tre crociate i Veneziani che avevano fornito loro le navi, li imbrogliarono spudoratamente alla stessa maniera che un mercante senza scrupoli imbroglia al mercato lo scemo del villaggio”.

Il fatto è che gli Italiani avevano intuito l’enorme potenziale commerciale insito nell’occupazione cristiana della Terra Santa. Pietro non era il solo europeo che bramasse il pepe.

Di Pietri in Occidente ve n’erano decine di migliaia e gli Italiani – pur non avendo seguito corsi di ricerca di mercato – si impadronirono del commercio traendone profitti monopolistici notevoli. L’avessero fatto gli Olandesi, i Tedeschi, gli Inglesi, sarebbero stati additati nei manuali di storia quali ammirevoli esempi di etica protestante ed encomiabili campioni di proto-capitalismo. Trattandosi solo di Italiani, furono definiti esempi deplorevoli di avidità e di “assenza di scrupoli commerciali”. Comunque sia tanto si adoperarono e mercatanti italiani che il commercio del pepe entrò in una fase secolare di eccezionale espansione. Ad Alessandria d’Egitto un’intera via, anzi un intero quartiere venne destinato al commercio del pepe ed in Occidente, dopo secoli di mancanza quasi totale, il pepe riapparve in quantità sempre crescenti sui mercati e sulle mense.

Da luogo triste qual era, l’Europa occidentale si trasformò in una terra traboccante di vitalità, energia ed ottimismo. L’aumento del consumo del pepe incrementò l’esuberanza degli uomini che con tante belle donne d’attorno chiuse nelle loro cinture di castità, provarono un improvviso grande interesse per la lavorazione del ferro; molti si trasformarono in fabbri e quasi tutti si diedero a produrre chiavi. Questo fatto ebbe due importanti conseguenze:

  1. La crescente frequenza del cognome Smith (fabbro) in Inghilterra, Schmidt in Germania, Ferrari, Ferrero o Fabbri in Italia, Favre, Fevbre, Lefevre in Francia;
  2. Lo sviluppo della metallurgia europea che entrò definitivamente in fase di decollo e di “self sustained growt”

Il pepe aveva un’importante qualità, la non deperibilità. Era inoltre un bene estremamente liquido poiché nessuno con la testa sulle spalle lo avrebbe rifiutato. Poteva servire pertanto non solo come fonte di energia bensì anche come mezzo di scambio.

Venendo il pepe usato sovente come una moneta i mercanti divennero anche banchieri e praticarono l’usura sia con i poveri che con i signorotti spendaccioni. In cuor loro sapevano benissimo che vendendo armi al Saladino, pepe afrodisiaco agli Europei e praticando l’usura su larga scala si mettevano in pessima luce appo messer Domineddio. Fu così che per mettersi a posto la coscienza, destinarono somme cospicue ad atti di carità ed a donazioni alla Chiesa.

I mercanti italiani detenevano il primato delle competenze nella contabilità e nell’amministrazione aziendale e di conseguenza tennero nota precisa e meticolosa di queste somme in conti speciali intitolati nei libri mastri come “conto messere Domineddio”.

Vescovi ed Abati che ricevettero le donazioni dei mercanti ne spesero una buona parte per costruire o ricostruire le chiese, le cattedrali e monasteri. Inoltre Vescovi ed Abati che per secoli avevano cumulato immensi tesori sottoponendo l’economia europea ad una pesantissima pressione deflazionistica, ora che il pepe era disponibile sul mercato, aprirono i loro forzieri e misero in circolazione fortune ragguardevoli gonfiando la domanda globale effettiva. La grande quantità di denaro speso per costruire le cattedrali fruttò lavoro e denaro ai muratori che, a loro volta, spesero il denaro guadagnato per acquistare pane ed indumenti dando così lavoro ai fornai ed ai sarti. In questo modo il moltiplicatore sostenne e moltiplicò lo sviluppo dell’economia europea.

La popolazione ovviamente crebbe; tuttavia a causa:

  1. Dell’espansione del commercio del pepe
  2. Degli effetti a monte ed a valle di detta espansione
  3. Degli effetti del moltiplicatore e dell’acceleratore

il tasso di crescita del reddito superò quello della popolazione, il reddito pro-capite aumentò e sino alla fine del XIII secolo l’Occidente riuscì ad evitare di cadere nella trappola malthusiana.

Il racconto dell’illustre Carlo M. Cipolla sopra riportato, è un celebre esempio di una società in declino che ha vissuto la transizione dall’Impero Romano al Medioevo. Ciò che occorre oggi ritrovare per ripartire è proprio quel “pepe” che null’altro è che l’entusiasmo e la voglia di ricostruire un sistema paese, rimboccandosi le maniche e riponendo soprattuto il timone nelle mani di persone competenti e preparate che conoscano la vita e le dinamiche relazionali intercontinentali, proprio come Pietro l’eremita, che utilizzava la mente e che aveva bene intuito il potere della riflessione.

L’Italia ha bisogno oggi non solo di un Pietro ma anche di tante persone che si possano a lui ispirare, che vengano fornite degli strumenti utili alla ricostruzione del benessere sociale e della perduta serenità, rivalutando opportunamente il concetto di interesse sociale e nazionale, visto che come è noto nei momenti di difficoltà si può contare solo su sé stessi.

Pietro l’eremita infatti non si recò a Bruxelles oppure a Berlino per intraprendere la sua grandiosa iniziativa. Se lo avesse fatto è lecito dubitare che i risultato non sarebbero stati gli stessi, quasi sicuramente.

Gli ingannevoli progressi globali

Anno bisesto, anno funesto…

… e triste quello che gli viene appresso

Se l’anno è bisestile, riempi il sacco al barile

Anno bisesto tutte le donne senza sesto

Anno che bisesta non si sposa e non s’innesta

Il 29 febbraio rimette le lancette al loro posto

Anno bisesto tutte le cose van di traverso

Anno bisestile, chi piange e chi stride

Anno biesto che passi presto

In realtà non c’è alcuna spiegazione scientifica che avvalori queste credenze, ma il semplice fatto che durante alcuni anni bisestili si siano verificate alcune catastrofi ed epidemie.

Andando indietro nel tempo si scopre che: in un anno bisestile, il 1908, il terremoto distrusse Messina; nel 1968 la terra tremò nel Belice; nel 1976 in Friuli e nel 1980 in Irpinia; nel 2004 lo tsunami devastò il sud-est asiatico. Per il 2012 i Maya avevano previsto addirittura la fine del mondo, evidentemente ci è andata bene. Tuttavia corre l’obbligo di segnalare che tantissime altre sciagure si sono verificate in anni che non erano invece bisestili, anche perchè secondo la cultura anglosassone l’anno bisestile porta invece bene.

Le ragioni di tale detto sono da ricercarsi in tempi molto remoti. I primi a pensare che l’anno bisestile fosse un anno funesto, furono gli antichi romani che diffusero questa credenza in tutte le zone dell’Impero.

Fu voluto da Giulio Cesare che chiese, su consiglio di Cleopatra, una consulenza all’ astronomo Sosigene di Alessandria. Questi invitò l’ imperatore ad inserire nel suo calendario un dì in più ogni quattro anni subito dopo il 24 febbraio che era il sexto die ante Calendas Martias, il sesto giorno prima delle calendi di marzo. Quel giorno diventò il bis sexto die (da qui il termine bisestile). Per gli antichi Romani febbraio era il mese dei riti dedicati ai defunti, quello in cui si svolgevano le Terminalia dedicate a Termine, dio dei Confini, e le Equirie, gare che celebravano la conclusione di un ciclo cosmico.

La contemporaneità bisestile del 2020, ci consegna un mondo molto popolato, intenso, veloce, e contrariamente a quanto accadeva in passato, molto più dominato dagli esseri umani.

La modernità di per sé, come l’etimologia della parola insegna, include un cambiamento e sin’ora  è stato sinonimo di progresso anche se paradossalmente nel mondo riscontriamo che le disuguaglianze e le povertà non sono sparite affatto, facendo emergere il conflitto della vita vissuta in piccola scala con decisioni di ampia scala, chiamate appunto “globali”.

Tuttavia le scelte operati all’ombra dell’insegna globale hanno ingannevolmente rappresentato un progresso per gli agglomerati urbani ed i macro territori ma al contempo aumentando il divario tra centro e periferie del mondo, sia nel senso “micro” che “macro”. Testimoni di un apparente progresso molto discutibile sotto il profilo della sostenibilità ambientale sono ad esempio i settori dell’energia, mobilità, rifiuti, circolarità delle informazioni che hanno intrapreso direzioni inattese e molto “poco controllabili”.

Non sempre però le invenzioni spacciate per “progresso” producono effetti concreti in tale direzione, anzi, in certi casi possono addirittura portare ad un vero e proprio “regresso” ovvero un danno non sempre riparabile.

Per ricorrere ad un aneddoto storico, il famoso spray insetticida DDT, santificato nel mondo per aver contribuito a debellare la malaria uccidendo gli insetti ebbe due effetti inaspettati ed incontrollabili: il primo, la nascita del primo movimento ambientalista nel 1962, a seguito della pubblicazione del libro Primavera silenziosa, che denunciava proprio il DDT come causa ostativa alla riproduzione degli uccelli ed il secondo, lo sviluppo del cancro sul corpo umano a seguito del contatto con lo Spray.

Quindi ciò che veniva inzialmente venduto come l’invenzione che doveva proteggere le persone dalla malaria, proteggere le coltivazioni e migliorare la resa agricola, in realtà uccise gli insetti, affamò gli uccelli e gli altri esseri animali della stessa catena alimentare mostrandosi letale anche per la salute degli esseri umani tanto da costringere le autorità internazionali a sancirne il bando dai mercati.

Ancora oggi nei paesi dell’Africa affetti dalla malaria il dibattito è acceso: morire di malaria oppure di cancro? Dove la malaria è endemica, il rischio di tumore dovuto al DDT può passare in secondo piano a fronte della riduzione dell’elevato tasso di mortalità dovuto alla malaria tanto che nel 2006, l’OMS si è spinta a dichiarare che se usato correttamente, non comporterebbe rischi per la salute umana e che l’insetticida dovrebbe essere combinato alle zanzariere e ai medicinali come strumento di lotta alla malaria, trascurando del tutto il fatto della prossimità degli insetti con gli esseri umani, dettagli.

Una modella pubblicizza la sicurezza del DDT, 1948.

L’esempio del DDT ci mostra che pur nelle contraddizzioni di fondo di una realtà globale, oggi le persone costruiscono, innovano ed imbastiscono relazioni in modo da diventare tutti elementi di una catena globale, fino a ieri felicemente connessi tramite un’economia sempre più integrata.

Il termine “globale” acquisisce popolarità con la caduta del muro di Berlino e l’avvento dei primi telefoni cellulari e poi della rete internet.

Il mondo che sino ad allora veniva influenzato da persone e popolazioni, cominciò a creare una sorta di comunità globale che non si era mai registrata prima nella storia dell’umanità. L’ironia della sorte vuole che il risultato di tale processo, oggi, veda i personaggi e le cariche che dovrebbero scrivere la storia, rincorrere la popolarità proprio su quella rete social virtuale, trasformandosi così da timone di una società ad una mero inseguitore di principi espressi da agglomerati sociali virtuali, addestrati volutamente dal sistema scolastico in modo da non essere in grado di distinguere concretamente il concetto di interesse personale da quello di interesse nazionale.

La globalizzazione ha consentito la trasformazione del capitalismo in egemone facendo sì che nessun gruppo umano oggi possa vivere in modo indipendente dall’economia monetizzata modificando così le modalità ed i termini delle relazioni stesse.

I regimi di possesso o conduzione dei terreni agricoli sono stati sostituiti dalla proprietà privata e l’agricoltura di sussitenza che sosteneva numerosi ceti sociali sono stati soppiantati dal lavoro salariato, così come la televisione ha soppiantato le relazioni umane costituite un tempo dalla narrativa orale. La conseguenza delle politiche adottate dagli stati nazionali è stata proprio la fuga di quei ceti sono stati costretti a migrare nelle aree urbane alla ricerca di un impiego.

Siamo così giunti ad un regime ideologico attualmente egemone che incoraggia la mercificazione e la deregolarizzazione dei mercati che si muove sempre sotto la spinta del profitto ovviamente di gruppi che hanno assunto le caratteristiche di potenti organizzazioni parallelle di dimensioni pari a quelle degli stessi stati nazione.

Le questioni politiche inseguono le questioni economiche guardandosi bene dall’includere valori fondamentali come la giustizia sociale oppure il benessere duraturo dell’umanità.

Tale trasformazione ha comportato l’aumento dei consumi di energia, l’espansione urbana ed un’enorme crescita demografica causa primaria delle ondate migratorie, dell’incremento abnorme di produzione di rifiuti con ripercussioni dirette sull’ambiente. Tali esempi sono solo alcuni dei numerosi processi fuori controllo.

Queste contraddizioni invisibili agli occhi in un sistema che si regge in un sensibile equilibrio artificiale sono emerse ed esplose per la prima volta nella storia dell’umanità con l’avvento della pandemia. Abbiamo infatti assistito al blocco dei milioni di transiti giornalieri, aerei e terrestri, il blocco dei consumi e del consumismo trascinato dalla corda della paura alimentata dal virus, agli acquisti ritenuti essenziali, e così via… verso il blocco delle consuetudini globaliste stratificatesi negli anni a partire dalla caduta del muro di Berlino.

Ma non stupiamoci, non è la prima volta che questo accade.

Nella storia del genere umano le malattie infettive che talvolta si sono mostrate sotto forma di pandemia hanno avuto delle caratteristiche comuni, come la velocità di trasmissione e l’immunizzazione goduta da chi già era stato infettato dal virus. Nel caso del Covid19 così però non sembra essere.

Nel nostro percorso di storia abbiamo già vissuto pandemie epocali:

Febbre tifoide durante la guerra del Peloponneso, 430 a.C. La febbre tifoide uccise un quarto delle truppe di Atene ed un quarto della popolazione, nel giro di quattro anni. Questa malattia fiaccò la resistenza di Atene, ma la grande virulenza della malattia ha impedito una ulteriore espansione, in quanto uccideva i suoi ospiti così velocemente da impedire la dispersione del bacillo. La causa esatta di questa epidemia non fu mai conosciuta. Nel gennaio 2006 alcuni ricercatori della Università di Atene hanno ritrovato, nei denti provenienti da una fossa comune sotto la città, presenza di tracce del batterio.

Morbo di Antonino, 165-180. Un’epidemia presumibilmente di vaiolo, portata dalle truppe di ritorno dalle province del Vicino Oriente, uccise cinque milioni di persone, pare che a Roma in quel periodo morissero 5.000 persone al giorno.

Morbo di Giustiniano, a partire dal 541; fu la prima pandemia nota di peste bubbonica. Partendo dall’Egitto giunse fino a Costantinopoli, morirono quasi la metà degli abitanti della città, a un ritmo di 10.000 vittime al giorno. La pandemia si estese nei territori circostanti uccidendo complessivamente un quarto degli abitanti delle regioni del Mar Mediterraneo orientale.

L’incontro fra gli esploratori europei e le popolazioni indigene di altre zone del mondo spesso fu causa di epidemie e pandemie violentissime. La popolazione dei Guanci delle isole Canarie fu completamente sterminata da un’epidemia nel XVI secolo. Il vaiolo uccise metà della popolazione di Hispaniola nel 1518, e seminò il terrore in Messico intorno al 1520, uccidendo 150000 persone (incluso l’imperatore) solo a Tenochtitlán; lo stesso morbo colpì violentemente il Peru nel decennio successivo. Il morbillo fece altri due milioni di vittime tra i nativi messicani nel XVII secolo. Ancora fra il 1848 e il 1849, circa un terzo della popolazione nativa delle Hawaiians morì di morbillo, pertosse e influenza.

Un altro agente patogeno che creò ricorrenti pandemie nella storia umana fu il tifo, chiamato anche “febbre da accampamento” o “febbre navale” perché tendeva a diffondersi con maggiore rapidità in situazioni di guerra o in ambienti come navi e prigioni. Emerso già ai tempi delle Crociate, colpì per la prima volta l’Europa nel 1489, in Spagna. Durante i combattimenti fra spagnoli e musulmani a Granada, i primi persero 3000 uomini in battaglia e 20000 per l’epidemia. Sempre per via del tifo, nel 1528 i francesi persero 18000 uomini in Italia; altre 30000 persone caddero nel 1542 durante i combattimenti nei Balcani. La grande armée di Napoleone fu decimata dal tifo in Russia nel 1811. Il tifo fu anche la causa di morte per moltissimi reclusi dei campi di concentramento nazisti durante la Seconda guerra mondiale.

Moltissime sono anche le epidemie di cui restano testimonianze storiche ma delle quali è impossibile identificare l’eziologia. Un esempio particolarmente impressionante è quello della cosiddetta malattia del sudore che colpì l’Inghilterra nel XVI secolo; più temibile della stessa peste bubbonica, questa malattia uccideva all’istante.

L’ “influenza spagnola”, 1918-1919. Iniziò nell’agosto del 1918 in tre diversi luoghi: Brest, in Francia; Boston, nel Massachusetts; e Freetown in Sierra Leone. Si trattava di un ceppo di influenza particolarmente violenta e letale. La malattia si diffuse in tutto il mondo, uccidendo 50 milioni di persone in 6 mesi Sparì dopo 18 mesi. Il ceppo esatto non fu mai determinato con precisione.

L’epidemia scoppiò a ridosso della Prima guerra mondiale e fu certamente favorita dalle condizioni umane e igieniche in cui dovettero combattere i soldati sui vari fronti, all’interno delle trincee. La caratteristica più sorprendente della pandemia fu il suo tasso di mortalità insolitamente alto tra le persone sane di età compresa tra 15 e 34 anni. Oggi si ritiene che fu diffusa dai soldati americani sbarcati in Europa dal 1917 per prendere parte alla Grande Guerra.

L’influenza spagnola fu chiamata così non perché veniva dalla Spagna, ma perché i primi a parlarne furono i giornali spagnoli. Infatti, la stampa degli altri Paesi, che era sottoposta alla censura di guerra, negò a lungo che fosse in corso una pandemia, sostenendo che il problema fosse confinato solamente alla Spagna.

Per evitare la personalizzazione delle pandemie l’OMS ha deciso di adottare delle sigle, proprio sull’esperienza della febbre spagnola. Infatti l’accostamento tra il luogo di scoperta della malattia ed il luogo georgrafico potrebbe rappresentare un deterrente per la comunicazione della scoperta. Insomma nessuno stato vorrebbe mai appendersi al petto la medaglia di un virus concedengoli il proprio nome e farsi additare come untore del mondo.

Il giorno 11 febbraio 2020 l’OMS ha dichiarato il nome ufficiale del nuovo coronavirus (Covid-19, che sta per Corona Virus Disease 2019). Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, ha affermato che «dare un nome alla malattia è importante per evitare che vengano utilizzati appellativi scorretti o stigmatizzanti».

Nel 2015 l’OMS ha stabilito delle precise linee guida da seguire nella scelta di un nome per una nuova malattia ritendendo fondamentale evitare riferimenti a luoghi, animali, individui o gruppi di persone, optando per un nome facilmente pronunciabile e che abbia una relazione con la malattia.

«Inserire un riferimento a Wuhan nel nome ufficiale avrebbe significato dare una connotazione negativa ai cittadini di Wuhan, che non sono altro che vittime dell’epidemia», ha spiegato alla rivista Time Wendy Parmet, professoressa di legge alla Northeastern University (USA) ed esperta di salute pubblica. In passato molte malattie racchiudevano nel nome riferimenti a persone, luoghi o animali: pensiamo alla sifilide, che nel XVI secolo in Italia veniva chiamata “mal francese”, e in Francia “mal di Napoli”; oppure la stessa Febbre Spagnola.

Nella lista di esempi da non seguire, evidentemente dopo lamentele o segnalazioni degli stati che vi hanno aderito, l’OMS ha inserito anche la MERS (Middle East Respiratory Sindrome, sindrome respiratoria mediorientale, nome con chiari riferimenti geografici), l’influenza suina (poi rinominata dalla stessa OMS “A/H1N1”, visto il crollo di vendite subìto dal mercato delle carni suine) o il morbo di Chagas, che prende il nome dal suo scopritore.

È importante ricordare che il nome assegnato dall’OMS, Covid-19, si riferisce alla malattia, non al virus. Quest’ultimo è stato invece definito SARS-CoV-2 (sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2) dalla Commissione Internazionale per la Tassonomia dei Virus (in inglese International Committee on Taxonomy of Viruses, ICTV), responsabile della classificazione ufficiale dei virus di tutto il mondo.

L’ “influenza asiatica“, 1957-1958. Rilevata per la prima volta in Cina nel febbraio del 1957, raggiunse gli Stati Uniti nel giugno dello stesso anno, facendo circa 70000 morti. Il ceppo era lo H2N2.

L’ “influenza di Hong Kong“, 1968-1969. Il ceppo H3N2, emerso a Hong Kong nel 1968, raggiunse nello stesso anno gli Stati Uniti e fece 34000 vittime. Un virus H3N2 è ancora oggi in circolazione.

La SARS, 2003. Non una vera e propria pandemia anche se il virus, proveniente dalla Cina, si diffuse a Hong Kong e di lì fino a Taipei, Singapore, Toronto e molte altre nazioni.

L'”influenza A H1N1″, 2009. Attuale Pandemia del Virus H1N1 denominata originariamente Influenza Suina perché trasmessa da questo animale all’uomo.

Se avessimo imparato dalla storia, oggi non ci saremmo fatti cogliere impreparati, e visto che questa epidemia come abbiamo visto non è stata la prima e non sarà l’ultima, sarebbe bene adattare i nostri modelli sociali ad una capacità di resilienza in grado di contrastare le epidemie in maniera efficiente, senza tuttavia dover mettere in discussione le conquiste fino ad oggi raggiunte dai regimi democratici, semplicemente applicando dei criteri di efficienza sociale alle infrastrutture di stato già esistenti, valorizzando il rapporto essenziale pubblico – privato e quello delle istituzioni con il cittadino, consapevoli che le pandemie portano sempre e comunque a dei cambiamenti epocali all’interno dei quali vengono a crearsi degli spazi abilmente occupati sia dai concorrenti che dagli antagonisti del Paese colpito.

Telesio

È iniziata la battaglia per i virus-risarcimenti

Il Berman Law Group della Florida fa causa al governo cinese.

Uno studio legale ha intentato un’azione legale contro il regime cinese per aver causato la pandemia di COVID-19. La cronologia degli eventi di Wuhan somiglia molto a quanto accaduto in altri paesi, comprese le “cene sociali antivirus” copiate poi da altri partiti ideologicamente affini.

Il Berman Law Group, una società con sede in Florida, negli Stati Uniti, ha presentato la denuncia perché Pechino “sapeva che il coronavirus era pericoloso e in grado di provocare una pandemia”

Un noto studio legale in Florida, negli Stati Uniti, ha intentato un’azione legale contro il regime cinese guidato da Xi Jinping per averlo ritenuto responsabile della pandemia di coronavirus COVID-19 che sta causando il caos della popolazione mondiale. 

Pechino “sapeva che COVID-19 era pericoloso e in grado di provocare una pandemia, ma agiva lentamente, metteva proverbialmente la testa nella sabbia e la copriva per il proprio interesse economico”, afferma il documento presentato dallo studio legale The Berman. 

Il Berman Law Group ha annunciato di aver intentato una causa federale contro la Repubblica popolare cinese, la provincia di Hubei, la città di Wuhan e vari ministeri del governo cinese, per conto di residenti e compagnie negli Stati Uniti e nello stato della Florida”, afferma il comunicato stampa a cui Infobae ha avuto accesso. “La causa è stata intentata nel distretto meridionale della Florida e richiede miliardi di dollari di risarcimento danni per coloro che hanno subito lesioni personali, morte ingiusta, danni alla proprietà e altri danni a causa della omessa custodia da parte della Cina del virus letale.

L’avvocato dell’azienda Matthew Moore ha dichiarato: “Come abbiamo affermato nella nostra denuncia, i funzionari cinesi sapevano prima del 3 gennaio che il COVID-19 era stato trasmesso da uomo a uomo e che i pazienti avevano iniziato a morire pochi giorni dopo. Tuttavia, hanno continuato a dire alla gente di Wuhan e del mondo in generale che tutto andava bene, incluso tenere una cena pubblica a Wuhan per oltre 40.000 famiglie il 18 gennaio”.

L’epidemia era persino iniziata molto prima. A novembre, il virus stava già circolando nella popolosa città cinese senza che il regime facesse nulla per il contenimento. Al contrario, di fronte alle prime lamentele dei medici, Pechino ordinò la loro censura e degli arresti.

“era possibile contenere la diffusione del virus, tuttavia i funzionari cinesi hanno invece cercato di presentare una narrazione positiva sull’epidemia, nell’esclusivo interesse economico cinese”, ha continuato l’ex senatore dello stato della Florida Joseph Abruzzo, direttore delle relazioni governative della società. “Quando leggi l’aumento del numero di vittime e vedi l’arresto quasi completo della vita, non puoi attendere diciassette giorni critici prima di condividere la sequenza del genoma COVID-19 con altre nazioni, senza peraltro bloccare i voli internazionali e mandando a spasso il virus nel mondo”.

Da parte sua, Russell Berman, co-fondatore dell’azienda, ha affermato che la causa “è una denuncia ambiziosa contro una superpotenza mondiale. Ma, come abbiamo affermato, la Cina ha scatenato una pandemia in tutto il mondo e il danno si sta moltiplicando esponenzialmente ogni giorno qui negli Stati Uniti e in Florida. La nostra azienda non ha paura di affrontarli e ottenere la giustizia che merita. È il governo cinese che dovrebbe pagare i danni dello stimolo economico agli Stati Uniti, non il popolo americano”.

I numeri preoccupano, i nuovi casi di coronavirus negli Stati Uniti hanno superato quota 35.000 lunedì, rendendolo il terzo paese per numero di infezioni al mondo, dietro solo a Italia e Cina. Il bilancio delle vittime ha raggiunto 471, il sesto più alto al mondo. In totale, il numero di casi confermati è di 35.225, secondo il bilancio della Johns Hopkins University di lunedì. Un numero che inevitabilmente aumenterà nelle prossime ore, con l’aumentare della disponibilità di prove.

Intanto la pandemia ha già raggiunto 50 stati nell’Unione, i numeri continuano a salire e secondo le stime negli USA colpiranno circa 19 milioni di persone.

Original Post

1908-2020 la Russia al fianco dell’Italia

I veri amici si riconoscono nel momento del bisogno. La storia ci insegna a diffidare da chi critica per ingraziarsi un padrone in un momento di emergenza del Paese dove ogni singolo contributo può fare la differenza.

110 anni fa, alle ore 5:20:27, un terremoto di magnitudo 7.1 cancellava nell’arco di 40 secondi due città. Messina e Reggio Calabria venivano rase al suolo dal terremoto, alla furia cieca del sisma si aggiunse anche quella del maremoto, con onde altissime che portarono via edifici e persone che, inconsciamente, scampate al terremoto, pensarono di trovare la salvezza sulle spiagge. Il bilancio di quei drammatici minuti è senza precedenti nella storia: metà della popolazione di Messina morì sotto le macerie o ingoiata dal mare. Messina prima del terremoto contava 150.000 abitanti e, sebbene si tratti di una stima, si calcola che le vittime furono circa 100.000.

I primi a prestare soccorso a Messina non furono gli italiani, ma i marinai russi, la cui flotta navigava nelle acque vicino alla rada di Augusta. La squadra navale russa che contava due navi di linea e due incrociatori arrivò a Messina il 29 dicembre. I bastimenti erano carichi di provviste, medicinali, coperte, baracche, indumenti, utensili. Arrivati sullo Stretto i marinai i russi si mobilitarono per fronteggiare l’emergenza: i superstiti, che erano stati sorpresi dal terremoto nel sonno, avevano bisogno di ogni genere di prima necessità.

I feriti avevano bisogno di cure e medicinali. I russi soccorsero la popolazione colpita dal disastro, anche estrapolando i superstiti sotto le macerie. Si stima che da soli riuscirono ad estrarre dalle macerie circa 800 persone e, fin dal primo giorno, trasportarono i feriti negli ospedali facendo la spola con le città di Palermo, Siracusa e Napoli, prestando soccorso a più di 2.500 vittime del sisma.

Vittorio Emanuele con un ordine del giorno del 5 gennaio 1909, elogiava così il personale straniero e italiano:

“All’Esercito ed all’Armata,

Nella terribile sciagura che ha colpito una vasta plaga della nostra Italia, distruggendo due grandi città e numerosi paesi della Calabria e della Sicilia, una volta di più ho potuto personalmente constatare il nobile slancio dell’esercito e dell’armata, che accomunando i loro sforzi a quelli dei valorosi ufficiali ed equipaggi delle navi estere, compirono opera di sublime pietà strappando dalle rovinanti macerie, anche con atti di vero eroismo, gli infelici sepolti, curando i feriti, ricoverando e provvedendo all’assistenza ai superstiti.

Al recente ricordo del miserando spettacolo, che mi ha profondamente commosso, erompe dall’animo mio e vi perdura vivissimo il sentimento di ammirazione che rivolgo all’esercito ed all’armata. Il mio pensiero riconoscente corre pure spontaneamente agli ammiragli, agli ufficiali ed agli equipaggi delle navi russe, inglesi, germaniche e francesi che, mirabile esempio di solidarietà umana, recarono tanto generoso contributo di mente e di opera”. 

Messina ancor oggi ricorda l’eroico intervento degli angeli russi venuti dal mare: una fratellanza culturale nata dalle macerie del terremoto, testimoniata annualmente da cerimonie in memoria e da opere monumentali in omaggio all’esercito russo.

A 112 anni da quell’evento che richiamiamo alla memoria, il legame tra i due paesi splende ora come allora. 14 aerei di aiuti inviati da Mosca in soccorso della stremata sanità lombarda ormai al collasso.

Ironia della sorte, il Paese viene infettato da un virus reso onnipotente dalla globalizzazione salvo poi esser soccorsi da quei paesi che volutamente sono stati emarginati dal percorso di crescita globale per non consentirgli un equo sviluppo economico come appunto la Russia oppure Cuba. 

Proprio verso questi soccorritori sono piovute piogge di critiche dai giornaloni, tentando di sminuire il nobile gesto attraverso modalità manipolatorie che definire ignobili è un complimento. 

Ma come? Per anni ci avete bombardato con lo spauracchio del razzismo e della discriminazione, poi nel momento in cui si tendono le mani indipendentemente dal colore della pelle, delle bandiere, delle etnie e delle religioni partono delle operazioni di intossicazione ambientale critica tanto massicce che Goebbels sembra quasi un apprendista.

Tacciono le reti pubbliche e private, i media main stream ed i giornali di regime non dedicano una sola parola di ringraziamento al soccorso prestato da Mosca, in nome della più becera politica discriminatoria.  

All’interno dei 14 aerei militari, Mosca ha caricato “macchinari per la sanificazione dei trasporti e del territorio”, oltre che laboratori mobili, mascherine, tute protettive, tamponi e otto brigate di dottori specializzati per oltre cento unità di personale. A bordo anche 100 utilissimi ventilatori.

Ringraziamo dunque gli amici dell’UE che hanno negato il transito agli aiuti sanitari russi verso l’Italia, nonché tutti quelli sempre nell’ambito dell’Unione Europea continuano a sequestrare merci acquistate dall’Italia in transito alle dogane.

Abbiamo quindi assistito a chi per ragioni istituzionali ha potuto godere della prima fila in mascherina al teatro dell’aeroporto, sbracciandosi con i giornali per rivendicarne i meriti, salvo poi scoprire che la pressante richiesta, in realtà, sarebbe partita da Paolo Grimoldi a Leonid Slutsky.

Possiamo quindi davvero dire che il virus oltre a mettere alla prova la resilienza delle democrazie occidentali, ci stia mostrando le istituzioni e le persone per ciò che sono realmente. La cosa che subito risalta all’occhio è l’assenza di una stampa “libera” e di “capitani” in fuga, ben lontani dai luoghi in cui le navi stanno affondando.

Riflessione sulla Catena Globale

Come la globalizzazione incide sulla capacità democratica dei Paesi.

La classe politica della prima repubblica ha sempre cercato di mantenere una linea diplomatica neutra, tentando di anteporre almeno in facciata gli interessi italiani a quelli di parte, posta l’usanza di ciascun gruppo di coltivare e gustare i prodotti delle proprie politiche con il commensale preferito, sia per ragioni geopolitiche che economiche.

Il problema rilevante è stato infatti proprio questo: la geometria variabile delle alleanze strategiche in relazione al colore del governo in carica e l’assenza di una direttrice di lungo termine. Visti da lontano insomma sembriamo degli ubriachi che sbandano prima da un lato, poi dall’altro. Ovviamente questo barcamenarsi di certo non contribuisce ad ispirare fiducia nei partner, negli investitori, negli stessi cittadini. Aumenta così la sfiducia nel Paese, che significa praticamente l’eutanasia in un modello socio-economico basato sulla fiducia certificata da enti privati e sul differenziale di rendimento di titoli chiamato spread.

Dal secondo dopoguerra siamo stati molto più che vicini agli USA sotto lo sguardo imperterrito del sorvegliante Britannico che prontamente ci ha rimesso sui binari quando eravamo in procinto di smarrire la retta via atlantica, per poi prendere a braccetto l’Unione Sovietica, risultato? Gli anni di piombo, l’epoca stragista e le ripercussioni per la stabilità interna del Paese, per non dimenticare la vera amicizia “socialista” con tutto il mondo islamico. 

Dalla caduta del muro di Berlino e mani pulite però c’è stato un vuoto, talvolta incolmabile che i cinesi già a metà degli anni ’80 avevano intercettato e provveduto a pianificare di colmare, come preannunciato nel corso dei summit intergovernativi dell’epoca, ma che in pochi evidentemente avevano ritenuto attendibili. E’ chiaro gli occhi di tutti che il progetto cinese senza una compiacenza democratica USA non si sarebbe mai concretizzata.   

Oggi sappiamo che quelle previsioni erano fondate e ci ritroviamo a gestire un modello globale di scambio plasmato solo sulla leva dell’acceleratore che inevitabilmente prima o poi si sarebbe schiantato. I Cinesi infatti non hanno previsto un sistema di salvaguardia del loro modello di globalizzazione imposto al mondo intero attraverso un fine lavoro di tessitura ed ingenti capitali impiegati.

Viviamo ormai in un mondo sempre più potente ma sempre più fragile. Più aumenta la capacità dell’interscambio e della comunicazione globale più il sistema diventa fragile ed attaccabile. Attaccabile da chi? Semplice, dalle causalità, dagli eventi imprevisti, inattesi, non programmati. Non volendo siamo entrati in un vortice di casualità storica che mina le nostre quotidiane e pianificate esistenze.

La questione dei rischi globali impatta direttamente sull’economia degli stati, delle imprese e sul funzionamento dei sistemi delle grandi infrastrutture, presentando costi esorbitanti per i governi, le imprese, i cittadini. La globalizzazione economico-finanziaria insieme all’applicazione delle nuove tecnologie ha di fatto reso più attaccabili le economie nazionali, alterando il corretto funzionamento dei mercati borsistici. 

Forse è giunto il momento di fermarci a riflettere e comprendere realmente se ricorrano i presupposti per la sostenibilità del sistema della globalizzazione cinese in assenza di consolidati meccanismi di salvaguardia.

Degli esempi virtuosi molto recenti sono rappresentati dalla valorizzazione della Golden Power, e l’introduzione del Kill Switch per la rete, operabile dal Presidente del Consiglio: in caso di pericolo o minaccia in entrambi i casi si possono bloccare le cd. “scalate ostili” ossia acquisizioni di infrastrutture ed aziende strategiche per l’interesse nazionale o addirittura bloccare istantaneamente tutta la rete internet del Paese con un semplice “click”.

Perché dunque non prevedere dei meccanismi di blocco istantaneo anche per la circolazione delle persone e delle merci? Perché non predisporre una leva di emergenza tramite la quale ci si possa temporaneamente proteggere dalle minacce esterne? Resta ancora oggi un mistero cosa sia successo nall’arco di tempo intercorso dal 31 gennaio, data di dichiarazione dell’emergenza nazionale fino all’adozione di misure reali. E ancora, perché non sono stati sospesi i mercati azionari subito sprofondati a livelli di negatività mai visti nella storia?

Non è ammissibile che per una semplice abitudine alimentare “sbagliata” di un paese ubicato su un altro versante del globo si possa paralizzare l’attività produttiva di centinaia di altre nazioni.

Siamo stati noi infatti a stanare il virus dalla foresta, portarlo in un mercato, metterlo a contatto con l’uomo e metterlo sugli aerei in direzione “mondo”.

Abbiamo avuto così la prova che siamo talmente dipendenti da terzi che non siamo più in grado nemmeno di provvedere al fabbisogno interno di domanda nel settore sanitario ed elettromedicale, questo significa che “gli altri” possano decidere se lasciarci vivere, sopravvivere o perire. 

Cosa ci ha portato quindi davvero la globalizzazione di matrice cinese? Semplice, una perdita di autonomia.  

Abbiamo perso autonomia, ergo abbiamo perso capacità democratica.

Si parla di globalizzazione di matrice cinese non per deformazione trumpiana ma semplicemente perché non tutte le globalizzazioni sono uguali: c’è quella americana che impone l’ingresso delle industrie nazionali tramite la prevaricazione militare, quella canadese che si basa su rapporti di compensazione per tipologia di attività produttiva, quella tedesca che si impone sulla qualità dei prodotti come quella italiana del resto, infine quella cinese che si impone con il dumping salariale, la clonazione dei prodotti, l’elusione dei sistemi di previdenza, il mancato rispetto ambientale etc etc.

Infine per tutti quelli che sono ancora oggi incerti sulla scelta dei partner strategici, occorre preliminarmente osservare che nessun partner si occupa di beneficenza e chiaramente ciascuno cercherà di ottenere il massimo profitto ricorrendo a qualsiasi espediente. 

Sono i popoli a votare i governi che una volta eletti utilizzando la forza d’intelligence, militare ed economica si impongono alla guida delle politiche globali. 

Con quale partner, quindi, scegliereste di accompagnarvi?

Quello con cui i cittadini che si esprimono tramite libere elezioni sono armati fino ai denti per costituzione, ovvero sono in grado di difendersi e rappresentare un deterrente ad una dittatura imperiale, oppure ad un popolo soppresso da un esercito che agisce per contro di una nomenklatura di un partito unico? A voi la risposta.

Analisi della fiducia nello stato democratico

Peter Andrews è un giornalista e scrittore scientifico irlandese, con base a Londra, laureato in Genetica all’Università di Glasgow.

Un suo recente studio ha prodotto uno shock per i politici in carriera e le élite liberali, rivelando che l’insoddisfazione per la democrazia è in aumento costante da decenni, e specialmente nei paesi sviluppati si sta avvicinando ad un massimo globale di tutti i tempi.
I leader mondiali adorano suonare il clacson della democrazia. Per prendere solo tre esempi recenti, Angela Merkel, Justin Trudeau e persino Barack Obama hanno tutti tenuto lunghissimi monologhi sulla grandezza della democrazie dei rispettivi Paesi. Tutto molto bello, se solo le persone fossero d’accordo con quanto espresso dai questi leader.

Ma secondo una ricerca pubblicata dal Bennett Institute for Public Policy, un think tank con sede presso l’Università di Cambridge, le persone non sono d’accordo. I risultati sono stati rilevati ponendo ai cittadini una semplice domanda; se fossero soddisfatti o insoddisfatti della democrazia nei loro paesi. Sono stati analizzati sondaggi condotti tra il 1973 e il 2020.

Protesta dei Yellow Vest a Parigi

Il quesito è stato posto ad oltre 4 milioni di persone. Combinando tutte queste fonti è stato possibile delineare le mutevoli percezioni della democrazia negli ultimi 25 anni in tutto il mondo e negli ultimi 50 anni nell’Europa occidentale, esprimendo un dato inequivocabile: ovunque nel mondo guardi, troverai la democrazia in uno stato di malessere.

Complessivamente, dalla metà degli anni ’90, il numero di persone che si dichiarano “insoddisfatte” della democrazia è aumentato di quasi 10 punti percentuali dal 47,9% al 57,5%. La cifra più alta rilevata dallo studio è il 2019, definito appunto l’anno con il più alto livello di malcontento democratico registrato.

Nei paesi in via di sviluppo circa la metà delle persone non è soddisfatta della democrazia nei propri paesi, una cifra enorme. Gli autori ritengono che i paesi più poveri abbiano ricevuto un’iniezione di positività dalle loro democrazie nuove di zecca, ma quando le persone vedono i loro paesi incapaci di tutelare i diritti fondamentali che si sgretolano il dato cresce. Si parla di sicurezza, sanità, istruzione, occupazione etc.

Il declino è particolarmente accentuato nei paesi sviluppati (definiti in questo studio come Europa, Nord America, Estremo Oriente e Australasia). Qui, la percentuale di persone insoddisfatte della democrazia nel loro paese è aumentata da un terzo alla metà negli ultimi 25 anni, con un aumento medio di circa 17 punti percentuali. Ironia della sorte, e non a caso, la fiducia nella democrazia ha raggiunto il picco nel 2005, proprio prima dell’inizio della recessione economica globale.

Proteste di Hong Kong

Tuttavia è stato rilevato che ci sono alcune aree del globo in cui la fiducia nella democrazia è stabile o addirittura va migliorando. “L’ isola della contentezza” come l’hanno soprannominata gli autori della ricerca, comprende Svizzera, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi e Lussemburgo. Qui, meno di un quarto delle persone è insoddisfatto della democrazia. Ma meno del 2% della cittadinanza democratica del mondo vive in queste oasi, e molte delle loro soddisfazioni probabilmente hanno a che fare con l’essere tra i paesi più ricchi e stabili del mondo.

In tutto questo, come sta andando la più grande democrazia del mondo? Non così bene. In una sola generazione in America, oltre un terzo della popolazione divenne insoddisfatto della democrazia, con un sorprendente 34 punti percentuali. Resta da vedere come andrà a finire, ma cosa farebbe l’impeachment del presidente Trump alla percezione della democrazia? Potrebbe essere il colpo finale a una struttura politica già fragile?

Dall’altra parte dell’oceano nel Regno Unito, la Brexit ha assolutamente rafforzato la fiducia nella democrazia. Il dato era andato costantemente avanti dagli anni ’70, nonostante alcune oscillazioni nell’era Blair dopo la guerra in Iraq e dopo uno scandalo relativo le spese dei parlamentari.

Fiume umano in Cile, proteste di Santiago

Uno degli autori della ricerca, il dott. Roberto Foa, ha affermato che “L’ascesa del populismo potrebbe essere meno una causa e più un sintomo di malessere democratico“. Ha anche aggiunto “Se la fiducia nella democrazia sta scivolando, è perché si è visto che le istituzioni democratiche non riescono ad affrontare alcune delle principali crisi della nostra era , dalle crisi economiche alla minaccia del riscaldamento globale. Per ripristinare la legittimità democratica, questo deve cambiare.

Il dottor Foa ha ragione: questo non è un problema di percezioni, è la reazione di un pubblico febbrile che è stato per anni indotto a fare valutazioni sulla base di notizie false governato da una politica demagogica. La gente pensa che la democrazia non funzioni perché è democrazia, una cosa bella, utile ma che non produce effetti apprezzabili. Se un normale cittadino volesse formare la propria opinione politica informandosi mediante i media mainstream in occidente penserebbe che se non fosse per questi fastidiosi populisti come Trump, Orban e Boris Johnson, la democrazia andrebbe a gonfie vele.

Ciò che questo studio mostra oltre ogni dubbio è che le persone ovunque, in tutti i continenti, stanno diventando sempre più deluse dal sistema in cui vivono. Gli viene detto che, avendo un’elezione ogni pochi anni, possono decidere in quale tipo di società vogliono vivere, ma di fatto poi si rendono conto che non è così. Sentono che c’è qualcosa che non va: ogni ciclo elettorale vede tracciati gli stessi candidati preconfezionati, avendo dibattiti finti tra loro nonostante abbiano politiche sostanzialmente identiche sulle questioni che contano di più.

Nel sottobosco il malcontento si polarizza e non è dato sapere alla luce dell’imprevedibilità degli eventi contemporanei dove questo possa condurre la salute della democrazia. Volendo fare ricorso all’analogia storica che in questo frangente ha valenza quasi matematica, le soluzioni non sono mai state poco traumatiche.

Curiosità sulle origini temporali delle celebrazioni

Il termine Epifania, dal greco epifàneia, che vuol dire “manifestazione”, si riferisce al primo manifestarsi dell’umanità e divinità di Gesù Cristo ai Magi, venuti dall’Oriente.

Anche l’Epifania ha radici antiche e spesso si rifà a culti pagani, antecedenti la nascita di Cristo. Nell’antichità, 12 notti dopo il solstizio d’inverno, veniva celebrata la morte e rinascita di Madre Natura, identificata dai Romani in Diana, dea della fertilità o da altri in Satia o Abundia.

Romolo

Si credeva che creature femminili, guidate da tale dea, volassero sopra i campi, appena seminati, per propiziare i futuri raccolti.

Il tempo che precede il solstizio d’inverno e le feste ad esso collegate, dal Natale al Capodanno, è un periodo di passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, tra il sole che sta morendo e il nuovo che deve “risorgere”.

La Chiesa ha trasformato questo periodo con la liturgia dell’Avvento, che consta di quattro domeniche, simboli dei 4.000 anni mitici di attesa del Messia dopo la Caduta originale. Il carattere dell’Avvento è duplice: di penitenza, che si esprime con il carattere violaceo delle paramenta, la proibizione dei fiori sull’altare e del suono dell’organo, la soppressione del Gloria in excelsis e del Te Deum; e di un santo “entusiasmo”, di un intenso desiderio della venuta del Messia, espresso nei numerosi Alleluia. Ma la liturgia cristiana non è se non un velo sovrapposto a una sequenza di riti che ancor oggi riaffiorano, pur stravolti, nell’ambito delle feste natalizie e di fine d’anno.

Per orientarci meglio in questi meandri, dove convivono residui mitici e rituali di epoche diverse, occorre cominciare dal calendario. Il dodicesimo mese dell’anno, in cui si situa il periodo pre-solstiziale, si chiama dicembre, dal latino december, che deriva a sua volta da decem, dieci. Questa contraddizione si spiega ricostruendo la storia del calendario romano che prima della riforma di Numa Pompilio – secondo la narrazione tradizionale – constava di dieci mesi.

L’anno cominciava a marzo e terminava a dicembre (oggi ancora, settembre, ottobre e novembre ricordano l’antico calendario). «Sei mesi», riferisce Macrobio «aprile, giugno, sestile, settembre, novembre e dicembre, erano di 30 giorni; quattro; marzo, maggio, quintile e ottobre, di 31»

Numa Pompilio

L’anno sarebbe stato dunque di 304 giorni. Come fossero ordinati gli altri giorni dell’anno solare, non lo sappiamo con certezza. Sappiamo tuttavia dalla tradizione, che Numa riformò il calendario aggiungendo i mesi di gennaio e di febbraio e facendo così un anno lunare di 355 giorni, cominciante sempre da marzo. Ma per uniformarlo a quello solare si dovevano intercalare 22-23 giorni, che venivano collocati dopo il 23 febbraio: i cinque giorni tolti a questo mese venivano aggiunti all’altro, detto “intercalare”, che era di 27 o 28 giorni.

Gaio Giulio Cesare

Il calendario di Numa durò lino al 46 d.C., quando Giulio Cesare lo riformò con la collaborazione dell’astronomo Soligene di Alessandria, formando un anno solare di 365 giorni e 6 ore (più il giorno dell’anno bisestile per recuperare ogni 4 anni le 6 ore eccedenti) e facendolo cominciare il 1 gennaio. Si sa che nemmeno la riforma giuliana riuscì ad accordare perfettamente il calendario all’anno solare, sicché fu necessaria un’ulteriore riforma – quella gregoriana del 1582 – per eliminare l’eccedenza di 11 minuti e 9 secondi sul corso del sole. E nemmeno quella fu perfetta perché è rimasta un’eccedenza di 24 secondi sull’anno tropico che fra 3.500 anni formerà lo spazio di un giorno.

Ma torniamo all’antico calendario romuleo di dieci mesi: secondo alcuni studiosi, era l’eco di quello dei popoli di lingua indo-europea. Rifletteva il ciclo dell’anno nelle regioni intorno al polo artico da dove provenivano, secondo la tradizione, gli indoeuropei: dieci mesi di luce cui seguiva la lunga notte polare. «Quando il popolo ario», osserva il Tilak, «migrò più a sud dall’antica patria, fu obbligato a mutare calendario per adattarsi alla nuova patria, aggiungendo due nuovi mesi al vecchio anno. Ma le tracce dell’antico calendario non furono del tutto cancellate e abbiamo molte prove dalla tradizione e dai sacrifici, per poter sostenere che l’anno di dieci mesi, seguito da una notte di due mesi fosse bene conosciuto al tempo degli indo-europei»

La notte artica cominciava in realtà verso la fine di novembre, e quindi dicembre non corrisponde esattamente al decimo mese degli indo-europei. Vi corrisponde tuttavia in un altro senso, perché le notti più lunghe dell’anno sono quelle intorno al solstizio, che cade appunto il 21 dicembre quando il sole, toccato il punto più basso, comincia la sua “rinascita” sull’orizzonte.

Nel periodo pre-solstiziale, si celebravano a Roma i Saturnalia, la festa in onore del dio Saturno: dapprima il 17 dicembre, poi per sette giorni fino al 24 dicembre, cioè alla vigilia del Natalis Solis, del Natale del Sole, festa solstiziale perché anticamente i Romani, come narra l’Imperatore Giuliano, «stabilirono questa festa non nel giorno esatto della conversione solare, ma nel giorno in cui il ritorno del sole, dal sud al nord, appare agli occhi di tutti.

Nell’ignoranza in cui si trovavano ancora delle leggi scoperte dai Caldei e dagli Egizi, e condotte alla loro perfezione da Ipparco e Tolomeo, si fondarono sulle testimonianze sensibili e sulle semplici apparenze, imitati poi dai loro successori che, come ho già detto, hanno adottato questo punto di vista».

I Saturnalia erano la ricorrenza più festosa dell’anno. Gli schiavi erano temporaneamente liberi di far quel che credevano, venivano scambiati doni, specialmente candele di cera e piccole immagini o bambole di terracotta, dette sigillaria. Si eleggeva anche una specie di re di burla, Saturnalicius princeps. Poi, intorno al secolo IV gran parte di quelle celebrazioni vennero trasferite al capodanno. Quel clima festoso, su cui regnava Saturno, celebrava la notte “artica”, la notte solstiziale, il momento di passaggio e di rinnovamento annuale in cui si ristabiliscono simbolicamente le condizioni anteriori all’inizio: perciò i riti e le usanze di rovesciamento, “osserva Brelich”, e di “sospensione dell’ordine”, anche ove cronologicamente posteriori, si innestano coerentemente sul corpo più antico della festa».

D’altronde il passaggio tra l’anno vecchio e il nuovo, è analogo a quello tra due cicli cosmici: è simbolicamente un passaggio sulle acque, reintegrazione del mondo nella sua origine informale. E non casualmente nell’alchimia Saturno rappresenta l’opera in nero.

Un mito induista narra che Vishnu in forma di pesce apparve – alla fine del ciclo che ha preceduto il nostro – a Satyavrata, il futuro Manu o Legislatore, annunciandogli che il mondo stava per essere distrutto dalle acque. Poi gli ordinò di costruire l’arca nella quale si dovevano rinchiudere i germi del mondo futuro; e infine guidò l’arca, con Satyavrata a bordo, sulle acque durante il cataclisma. René Guénon ha osservato, non sappiamo con quale fondamento, che Satyavrata ha la stessa radice di Saturno. Sicché il mito induista potrebbe confermare questa funzione del Dio.

Da tale punto di vista è facile spiegare la confusione rituale dei giorni natalizi che segna appunto il rimescolamento, il passaggio, la notte da cui dovrà sorgere la nuova alba. Questa confusione, tipica di ogni “capodanno” (e anche il Carnevale, erede per tanti aspetti dei Saturnalia, è un “capodanno”) giunse nel medioevo persino all’interno delle chiese con le Feste dei Folli, l’Episcopello e l’Asinaria Festa, che si svolgevano fra il Natale e il primo dell’anno, nei giorni in cui era stata spostata la festa romana a partire dal secolo IV.

Si eleggeva persino un Episcopus puerorum o innocentium (vescovo dei fanciulli o degli innocenti) cantando un ritornello significativo, dove affiora la funzione saturnalizia che ristabilisce le condizioni anteriori all’inizio della storia umana: «Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles (depose i potenti dal seggio ed esaltò gli umili)».

Ma Saturno non è soltanto il Dio che presiede al rinnovamento dell’anno, che attraversa “le acque”. È anche il Dio che approda alla nuova riva felice, che regna sull’età dell’oro. Non è soltanto il Dio che spegne il passato e accende il futuro, è il Dio del regno senza ombre e senza conflitti.

Secondo la tradizione romana, Giano, il Creatore e Iniziatore per eccellenza, il Tempo Infinito che genera tutti gli dèi, accolse Saturno, giunto nel Lazio, associandolo nel regno che fu un periodo di pace e di tranquilla operosità, l’Età dell’Oro. Dopo quel lungo regno, amministrato in concordia con Giano, Saturno «improvvisamente scomparve».

Certo, le due funzioni di Saturno sembrano quasi il frutto di una giustapposizione mitica di cui non abbiamo tuttavia riscontro. Né ci aiutano gli scrittori dell’epoca, che anzi avvolgono il Dio in un velo di mistero, come ad esempio Macrobio che faceva dire a uno dei suoi personaggi nei Saturnali: «Infatti nelle stesse sacre cerimonie non è concesso di illustrare le origini occulte e promananti dalla fonte della pura verità: se poi qualcuno le consegue, gli è ordinato di contenerle protette nella coscienza».

Giorgio de Santillana e Herta von Dechend ne danno un’interpretazione che lo collega esclusivamente all’età dell’oro: «Era Yama in India, Yina Xsaeta nell’Avesta antico-iranico (nome che in persiano è diventato Jamshid), Saeturnus e poi Saturnus in latino. Saturno o Kronos era noto sotto molti nomi come il Sovrano dell’Età dell’Oro… Era il Signore della Giustizia e delle Misure».

Questo Saturno-Kronos, in cui è difficile distinguere gli apporti greci da quelli specificamente etrusco-laziali, venne detronizzato da Zeus che lo gettò dal carro, esiliandolo in un’isola desertica ove dimora addormentato perché, essendo immortale, non può morire: vive in una specie di vita-nella-morte, avvolto in lini funerari fino a quando non verrà il tempo destinato al suo risveglio, ed egli allora rinascerà a noi come bambino; rinascita che coinciderà con l’inizio del nuovo ciclo.

Questo mito è simbolicamente analogo a un rito che si svolgeva ogni anno a Roma durante la festa del Dio.

Macrobio narra che i legami in cui veniva serrata la statua di Saturno nel tempio ai piedi del Campidoglio, venivano sciolti il giorno della sua festa, quasi potessero ritornare, sia pur per breve durata «quelle condizioni la cui apparente contraddittorietà ci aveva sinora stupito», commenta Renato Del Ponte: «da una parte la notte e la confusione dell’indeterminato, dall’altra la gioia e il lucore di una lontana età di pienezza». E soggiunge: «Lo scioglimento del Dio sta semplicemente a significare, secondo le leggi della magia simpatica, lo scatenamento della sua forza (benefica, ma nel contempo ambigua, come tutto ciò che è anteriore all’inizio), nel tempo sacro che la sua festa ogni anno riammette nella comunità».

Per questo motivo i giorni “solstiziali” fino a Capodanno sono vissuti, spesso inconsapevolmente, nell’apparente contraddizione fra euforia, confusione e desiderio di rinnovamento, fra mortificazione, penitenza (l’Avvento) e attesa di una palingenesi. Saturno, Dio contraddittorio, regna su queste contraddizioni solstiziali, ma regna anche con un ambiguo sorriso, quello di Colui che ha le chiavi del Grande Gioco cosmico. Egli infatti è il Dio che chiude un ciclo e ne apre uno nuovo, che ritira simbolicamente i dadi dalla tavola e li rigetta formando nuove combinazioni.

Non si è parlato a caso di dadi: non è soltanto una metafora, perché il gioco d’azzardo era strettamente connesso con il dio, tanto che a Roma era permesso giocare soltanto durante i Saturnalia. Con il tempo, dopo tante modifiche e aggiunte, il gioco d’azzardo è stato introdotto nel banchetto privato e considerato un divertimento privato. Ma all’origine era sacro.

Come ha osservato Margarethe Riemschneider nel saggio sui Saturnalia, l’enigmatico dio non è soltanto Colui che regna sulla notte solstiziale, non soltanto Colui che regna sull’Età dell’Oro, ma anche il Giocoliere supremo che possiede la chiave del Gioco Cosmico, ovvero di ogni ciclo: «Egli regola l’Ordine Universale con le mosse del suo bastone scettro», commenta Del Ponte.

Molti di noi hanno giocato alla tombola nei giorni natalizi: ebbene, questo gioco non è se non il ricordo sbiadito del Grande Gioco del dio e parallelamente del gioco-oracolo con il quale anticamente, e non soltanto a Roma, si cercava di capire la nostra collocazione nel cosmo.

La sovrapposizione del Natale cristiano alle antiche usanze cristiane ha reso meno riconoscibili queste altre usanze che pure, come quella della tombola, continuano a sussistere. Margarethe Riemschneider le ha studiate nel saggio che si è già citato. Ma persino i comportamenti più banali, come ad esempio l’usanza di sbarazzarsi degli oggetti inservibili nella notte di San Silvestro, o la confusione euforica delle ore che precedono il Capodanno sono un segno che certi archetipi sono radicati nella psiche e non soggetti all’usura del tempo. D’altronde non si dice anche “Anno nuovo, vita nuova”? Pare un detto banale, eppure si ricollega perfettamente ai giorni su cui regna.

L’Unione Europea non è viva ma esiste.

Questa smania di unire tutto e tutti, governi, valute, popoli, (la sequenza non è casuale) sono fattori scatenanti di migrazioni economiche. L’immagine in evidenza dell’articolo è la bandiera dei confederati americani che “vagamente” oltre a ricordare quella europea ci ricorda pure la strategia utilizzata per mettere insieme al tempo i disuniti Stati di America.

Ma diciamocela tutta, chi è il folle così felice di abbandonare la propria casa ed i propri affetti alla ricerca di una dignitosa sopravvivenza? La felicità infatti non è per chi subisce questi fenomeni bensì per chi li attua e ne trae beneficio incrociando l’utilità di un’esistenza dignitosa con un interesse politico. Bene se questo è l’effetto, la causa è data proprio dalle politiche economiche attuate – un tempo dai singoli stati – oggi regolamentate ed imposte dall’ Unione (che resta e resterà tale solo di nome fino a quando la Francia non cesserà di osservare gli Stati membri come colonie e la Germania non cesserà il proprio rigoroso egoismo economico).

Ma davvero sono convinti a Bruxelles che la semplice sopravvivenza può essere considerata alla stregua di un traguardo da raggiungere?

Dipende, specialmente se la tua esistenza viene data per scontata oppure inizia ad essere messa in dubbio. Tuttavia prima di continuare la nostra riflessione, occorre porsi la domanda della discordia, fondamentale sul rapporto intercorrente tra i trattati europei tipicamente sovranazionali e la nostra carta costituzionale tipicamente sovrana: l’euro è sostanzialmente compatibile con la nostra costituzione?

Eppure gli anni fino al 2010 sono stati un crescente successo per l’unione monetaria europea rispetto al decennio precedente. Da cosa è scaturita la battuta d’arresto? Forse la politica internazionale attuata dalla strana per non meglio dire “lucifera” coppia Obama/Clinton non ha sortito gli effetti desiderati? Partendo dal golpe tecnocratico operato sul governo italiano nel 2011 fino alle bombe sganciate sulla Libia, alla guerra in Siria, nello Yemen, al colpo di stato in Ucraina… e lo strascico di decine di migliaia di morti alle spalle.

Per chi non lo avesse ancora capito si è trattato di un passaggio epocale in Italia dove sono state letteralmente disintegrate delle forze rappresentative dell’espressione popolare di un tempo che vantavano un solido asse con la Libia anche grazie al rapporto privilegiato dei rispettivi leader politici che comprendeva anche la Russia, rispetto ai quali è sopravvissuta solo quest’ultima naturalmente perché non bombardabile e non commissariabile (la Russia è la prima potenza nucleare al mondo) tanto per comprendere a cosa servono le armi di distruzione di massa, ovvero a non farsi bombardare (chiedete a Kim Jong Un oppure ad Israele).

Non solo, l’ultimo governo Berlusconi “casualmente” è stato anche l’ultimo ad avere un sottosegretario di stato in asse con il Presidente del Consiglio per conto del quale gestiva l’Autorità Delegata, come fa notare giustamente Antonio Funiciello nel suo libro “il metodo Machiavelli”. Dopodiché le prassi istituzionale dettata dal Colle (per conto di chi?) è stata cambiata. Catricalà non era il braccio destro di Monti, Patroni Griffi non era il braccio destro di Enrico Letta, Graziano del Rio e Claudio De Vincenti non lo erano di Matteo Renzi. Maria Elena Boschi non lo era di Paolo Gentiloni.

Annotando le date è tuttavia probabile presumere che la miccia della depressione sia stata accesa proprio dalle complicazioni scaturite sul piano internazionale. E’ da constatare come l’Europa sia arrivata in un vicolo cieco: non può allargasi verso est, sono vietati infatti rapporti economici con la Russia che rappresenta 1/3 del globo per estensione territoriale e con la tecnologia cinese attualmente prima al mondo, con i Paesi più ricchi del medio oriente come il Qatar, quelli con potenziale di sviluppo maggiore come l’Iran, il Venezuela, Cuba, etc.

Insomma l’Unione oltre ad avere rilevantissimi problemi di politica interna dovuti alle scorrettezze istituzionali dove la Francia potrebbe tenere lectio magistralis, possiamo notare come il barcone europeo sia completamente ingessato nei rapporti di politica estera. In un contesto del genere, i Paesi dotati di maggiore libertà di movimento riusciranno a sovrastare l’Europa in pochissimo tempo (parliamo di Turchia, Serbia, dei Sauditi, Egitto… etc.).

La crisi del debito sovrano dell’eurozona ha causato un enorme cambiamento nella politica europea. I leader sono stati costretti non solo a farlo rattoppare in un clima di emergenza istituzionale diventando così impopolari, attuando riforme molto poco gradite nel nome dell’ austerità tedesca che oggi deve assumersi tutte le responsabilità delle politiche discriminatorie a riguardo.

L’incompletezza dell’unione monetaria è diventato un problema sul tavolo all’ordine del giorno.

Si è giunti infatti in sede istituzionale alla comprensione della necessità di condividere gli strumenti necessari per stabilizzare la crisi in atto, sia contro gli shock macroeconomici che verso le fughe di capitali. Anche se uno dei problemi principali dell’Unione resta oggi la migrazione “interna” dei capitali non essendo stato armonizzato il sistema fiscale dei Paesi membri.

Il 2019 avrebbe dovuto essere un anno di progresso, un passo in avanti verso la speranza, invece tutto è stato mosso in direzione della “sopravvivenza”. L’anno si è chiuso inoltre con una definitiva sentenza di penalità verso l’Unione, ovvero la certezza di un’imminente Brexit portata avanti da Boris Johnson che stranamente e comicamente tutti i sondaggi davano in perdita.

Un trattato aggiornato sul Meccanismo Europeo di Stabilità era pronto già dall’estate – precisamente giugno – concepito come un sistema di salvataggio sovra-fondo. Anche sull’unione bancaria i rispettivi ministri pensavano di riuscire a chiudere una roadmap da approvare nel corso dell’eurogruppo di dicembre chiusa poi con il solito nulla di fatto.

Una spinta maggiore in tal senso (e non a caso) è stata compiuta dai tedeschi, con il ministro delle finanze Olaf Scholz che si è battuto per l’accettazione dell’assicurazione sui depositi in chiave di messa in sicurezza dell’unione bancaria. Ci chiediamo perché tutta questa preoccupazione per i tedeschi verso i sistemi di salvataggio bancario? Non sarà mica a causa di tutta la polvere di derivati che hanno messo sotto i tappeti?

Comunque a dicembre, tutto è sembrato crollare. Il trattato MES non è stato finalizzato ed i tentativi di fissare una scadenza per il completamento unione bancaria nel nuovo Mandato quinquennale della Commissione europea sono stati accantonati. 

Una semplice visione del fenomeno sarebbe comprensibile se avessero tuttavia voluto ammettere che i governi europei non hanno mai accettato di rendere la loro unione adatta allo scopo. 

Ciò che balza all’occhio dei colloqui sull’eurozona nel 2019 non è tanto il fatto che non siano stati all’altezza delle aspettative, bensì quanto siano riusciti ad avvicinarsi ad un concreto balzo in avanti. E’ stato intavolato un serio discorso sul futuro dell’Unione e questo secondo gli addetti ai lavori sarebbe stato un vero e proprio punto di svolta per due importanti ragioni:  

Innanzitutto, chiarisce quanti compromessi siano effettivamente emersi attraverso anni di discussioni tra funzionari. Ad esempio, non esiste un fronte comune sul MES o sull’unione bancaria da parte della “nuova lega” dei paesi del nord. Il ragionamento compiuto con il quale è stata portata a termine la programmazione è stato molto chiaro: il nuovo MES dovrà essere un meccanismo più efficiente per concordare la ristrutturazione del debito con i creditori in una crisi accompagnando con un solido e completo sostegno il Fondo di risoluzione unico istituito per gestire le banche sistemiche fallite.

Nell’unione bancaria, ora è universalmente ammesso che l’accordo finale dovrà ricomprendere un accordo paneuropeo di assicurazione dei depositi, in cambio di un trattamento più severo dei crediti deteriorati delle banche e di una gestione più coerente delle banche insolventi. 

Una delle affermazioni più importanti tra quelle sostenute da Scholz è stata quella di dire ad alta voce all’interno del ministero delle finanze tedesco quale sia stata realmente l’intesa comune portata avanti all’interno dei negoziati in tutta la zona euro. 

Questo ha portato ad affermare il secondo punto: ovvero la necessità di giocare “a carte scoperte” ovvero affermando apertamente le cose al fine di procedere spediti verso un ulteriore progresso.

Un pieno successo l’unione bancaria può essere solo raggiunto se tutti i paesi procedono insieme comprendendo i vantaggi che questo sistema comporta. Si parla come al solito solo dei vantaggi, trascurando anche gli aspetti negativi che potrebbero scaturire da lacci e lacciuoli con i quali si vanno a legare gli stati sottoscrittori, perdendo completamente ogni forma di autonomia decisionale qualora uno di questi si ritroverebbe nelle condizioni di richiedere l’accesso al MES, spontaneamente oppure perché vittime di un attacco speculativo, mediante l’utilizzo di crisi sistemiche indotte, facilmente proponibili in un sistema finanziariamente interconnesso come quello europeo.

Non è forse questa una delle prioritarie logiche prerogative di matrice Hegeliane del meticcio governo unico mondiale? La creazione di un problema e la proposizione di una risoluzione, in cui la seconda sortisce degli effetti molto più devastanti rispetto alla prima andando a completare il quadro strategico delineato in partenza. 

Dunque se l’obiettivo finale è la cessione di sovranità totale degli stati membri della UE, appare evidente che la sottoscrizione dell’accordo rappresenti il passo finale per commissariare in maniera completa e radicale il Paese, ovviamente partendo dai più deboli che nel sistema della UE sono gli stati fortemente indebitati. Non a caso le parole deboli e debito hanno la stessa radice. Quindi, escludendo la Grecia che ha già dato (eccome se ha dato!) chi sarebbe il prossimo candidato naturale? A voi la risposta. 

Quest’ultimo punto rappresenta – non a caso – proprio il focus delle critiche rivolte dall’Italia attraverso le forze conservatrici che tendono per natura ad essere più razionali nei momenti in cui si propende a cedere – come in questo caso – in maniera gratuita ingenti somme di denaro dei tartassati italiani accompagnate dal diritto riconosciuto agli organismi delle UE di gestire il patrimonio pubblico in caso di una crisi sistemica, commissariando di fatto nuovamente il potere legislativo, così come accadde nel 2011, in contemporanea con i missili sulla Libia. Il risultato di questa strategia è la creazione di governi estremamente condizionati, impauriti dalla potenza di fuoco della finanza internazionale, assoggettati ad ideologie deleterie per lo stato sociale che mirano a muovere la ricchezza dal basso verso l’alto, garantendo le sottoscrizioni del debito pubblico con rovinose ripercussioni sullo stato sociale dei paesi membri.  

Dunque grazie ai partiti conservatori, il dibattito sulla futura forma dell’unione monetaria è stato sdoganato e reso pubblico, portato all’attenzione dei media, tanto più che l’approvazione del trattato è stata rimandata al 2020, forse con la speranza che gli animi si raffreddino e che l’attenzione possa andare scemando, rifilando la solita “polpetta” agli italiani.

Gli addetti al settore mormorano di cenni di apertura rispetto alla possibile conclusione di grandi affari proprio grazie all’unione bancaria. Infatti la ratio suggerisce che una volta portato a compimento il MES, le banche italiane saranno scoraggiate dall’acquistare troppo debito nazionale (contrariamente a quello che sta accadendo adesso) invertendo il trend e riportando la detenzione del debito pubblico nelle mani delle banche e degli squali/speculatori della zona euro che al contrario in caso di accesso al MES da parte del Belpaese riuscirebbero a conseguire notevoli profitti.

La grande domanda che sorge spontanea è come i leader italiani prepareranno i loro elettori per i compromessi a venire. Meno noto, ma altrettanto importante è un processo politico interno simile che si svolge in Germania. Gli scettici sottolineano in gran parte che i partner della coalizione di Scholz, i democratici cristiani, non hanno appoggiato la sua iniziativa.

Ma anche questo è qualcosa che viene naturalmente dopo, non prima, che i piani vengano messi sul tavolo. Le democrazie operano sul pubblico scontrandosi con non poche resistenze. Il modo in cui ciò procede in Germania ora in parte dipende dalle risposte degli altri paesi che Scholz sarà in grado di suscitare.

Naturalmente non vi è alcuna garanzia che la politica consentirà un compromesso. Ma ci sono incentivi per andare avanti. I leader dei grandi paesi trovano politicamente difficile “tornare più volte ai vertici senza nulla da dimostrare”, afferma un funzionario di alto livello coinvolto nei colloqui. “Siamo ancora in gioco”, conclude un altro.

Soprattutto, sarebbe un errore confondere la stasi sulla superficie con la vera immobilità sottostante. La metafora più comune utilizzata a Bruxelles sarebbe quella utilizzata per definire l’euro come un edificio la cui costruzione deve essere ancora terminata.

Visto l’arco di tempo molto esteso lungo il quel l’euro non si è mai evoluto in maniera armonica, sorge spontaneo a questo punto chiedere se il vero obiettivo dell’Euro sia davvero quello dell’Unione, o non sia soltanto uno strumento mascherato per trasferire la ricchezza da un sistema Paese ad un altro, cosa che effettivamente è accaduta e sta ancora accadendo.

Forse la metafora migliore da utilizzare sarebbe quella geologica: 

In politica, le pressioni possono accumularsi lentamente prima di provocare rapidi cambiamenti. Ascolta attentamente e puoi sentire il suono scricchiolante delle placche tettoniche della zona euro tese l’una contro l’altra. Quando tali tensioni vengono allentate, possono causare la distruzione, ma attenzione, possono anche spostare le montagne e rimodellare i continenti.