La Russia è sempre stata condannata a lunghi periodi di isolamento a causa del suo enorme territorio, confinato geograficamente da un clima inclemente per buona parte dell’anno. Le rigide temperature invernali ne bloccano i porti limitando i commerci marittimi e le economie locali. Una limitazione importante che ha sempre condizionato la politica estera del grande impero fino ai giorni nostri, e causato guerre più o meno dichiarate continue negli ultimi tre secoli. Se vogliamo la politica marittima russa potrebbe essere giustificata da questa lotta continua all’isolamento naturale.

Un impero vasto che nel XVIII secolo raggiunse quasi 29 milioni di chilometri quadrati. In epoca zarista la sua economia era pesantemente legata all’agricoltura, con una bassa produttività industriale, per lo più accentrata nei grandi centri, ed una forte significativa di servitù della gleba, che si mantenne fino alla sua abolizione definitiva nel 1861. Sebbene l’economia col tempo seppe industrializzarsi, grazie alle visioni illuminate di alcuni zar, con l’aiuto di investimenti stranieri nelle ferrovie e nelle nascenti fabbriche, gli sbocchi al mare necessari per i commerci marittimi erano di fatto aperti tutto l’anno solo nel mar Nero. In gran parte i porti del Baltico e del Pacifico gelavano d’inverno ed i traffici commerciali erano quindi ostacolati dal generale inverno.

Da qui la necessità di affermarsi sul mare, con flotte adeguate supportate da basi navali per il loro rifornimento. Con lo zar Pietro il Grande la marina imperiale russa si evolse, costruendo unità navali di sempre maggiori dimensioni. Incominciò un gioco di espansione, non sempre pacifico, tra diplomazia e piccole o grandi guerre, localizzate nelle regioni costiere dell’Impero, per cercare di rompere il suo isolamento dorato ed affermare la sua ragione di esistere come potenza europea.

A partire dal 1848, nel mondo, il capitalismo ebbe un’enorme ruolo in qualità di occasione che gli ebrei, grandi risparmiatori, seppero cogliere per raggiungere illustri posizioni di successo economico, suscitando non poca invidia, specie nelle classi aristocratiche domaninanti, inclusi gli Zar di Russia.

In quegli anni la maggior concentrazione di ebrei europei era nell’est dove le aspirazioni di un’esigua classe di intellettuali si scontrarono con oggettivi impedimenti interni dovuti all’arretratezza sociale, politica, culturale ma soprattutto della fortissima opposizione delle forze conservatrici e reazionarie, sia laiche che religiose.

Nel vastissimo impero russo all’inizio del XIX secolo la generale arretratezza impedì quindi al processo di emancipazione di decollare. La maggior parte degli ebrei dell’ex Polonia divenuti sudditi dell’autocrazia zarista nel 1795 non conobbe i fermenti illuministici e rimase prevalentemente sotto l’ortodossia rabbinica, costretti peraltro a risiedere nelle circoscritte aree geografiche ad ovest ed a sud dell’impero corrispondenti oggi alle aree geografiche della Bielorussia, Bessarabia, ed Ucraina, vivendo negli Shtetl, ovvero piccoli villaggi di case in legno dove c’era tra l’altro molta povertà.

Gli ebrei dai non ebrei si distinguevano per lingua, abiti, costumi di vita ed erano chiusi a differenza dei loro correligionari occidentali alle influenze culturali esterne, erano poco assimilabili al resto della popolazione con la quale avevano pochi contatti. Erano legati alla scrupolosa osservanza delle prescrizioni religiose e le loro organizzazioni comunitarie erano erano in parte autonome e gestite dal diritto rabbinico.

La politica ebraica degli Zar si espresse con leggi fortemente limitative per quanto concerneva la residenza e le attività economiche. A queste politiche si ispirò negli ultimi anni del suo regno lo Zar Alessandro I (1801-1825) nel tentativo di forzare gli ebrei ad assimilarsi alla popolazione russo-ortodossa. La politica zarista nei loro confronti era un’emanazione dell’antigiudaismo della chiesa ortodossa, identificando il buon suddito russo come cristiano ortodosso.

La pressione per la russificazione degli ebrei era motivata dalla paura di incorporare nella società una minoranza in rapida crescita demografica caratterizzata da una religione e da una cultura estranee, impropriamente avvertite come nocive e disgregatrici della struttura sociale russa.

L’ultrareazionario Nicola I (1825-1855) proseguì lungo la strada della costrizione per obbligarli insieme ad altre minoranze a integrarsi totalmente facendosi cristiani. Come il suo predecessore cercò di costringerli a rinunciare ai loro usi e costumi tradizionali e anche al semiautonomo governo delle comunità. Nel 1827 impose una delle misure più odiose e crudeli, la coscrizione obbligatoria per i bambini ebrei a dodici anni di età. Essi dovevano fare un servizio militare preparatorio di sei anni e successivamente restare sotto le armi per altri venticinque. Lo scopo era di sottrarre i bambini al controllo delle famiglie e costringerli ad abbandonare le tradizioni ebraiche e ad accettare quelle ortodosse. I superiori costringevano i piccoli circoscritti a mangiare carne di maiale e a fare i segno della croce. Molti giovani preferirono suicidarsi e parecchi di quelli che si convertirono rimasero nel loro intimo fedeli all’ebraismo.

Ovviamente questa situazione destava non poche preoccupazioni alle altre comunità ebraiche dislocate nel resto del mondo e si decise giustamente di intervenire qualora se ne fosse verificata l’opportuna occasione.

A coglierla, in particolare, fù Jacob Henry Schiff (Francoforte sul Meno, 10 gennaio 1847 New York, 25 settembre 1920) banchiere, imprenditore e filantropo tedesco naturalizzato statunitense, di origini ebraiche, che abbracciò la causa delle comunità oppresse decidendo di investire le proprie ricchezze in finanziamenti per il contrasto dei fenomeni antisemiti.

Nato in Germania, Schiff emigrò negli Stati Uniti d’America dopo la guerra di secessione americana ed entrò nella Kuhn Loeb & Co. Dalla sua base di Wall Street, fu il più importante leader ebreo dal 1880 al 1920, durante quella che in seguito fu nota come l'”era Schiff”, affrontando sia le questioni più importanti che i problemi quotidiani riguardanti gli ebrei, come la condizione degli ebrei russi sotto lo zar, l’antisemitismo americano e internazionale, la cura degli immigrati ebrei bisognosi e l’ascesa del sionismo.

Quella che forse è la più famosa operazione finanziaria di Schiff ebbe luogo durante la guerra russo-giapponese del 1904 e 1905.

Dopo aver incontrato a Parigi, nell’aprile 1904, il vice governatore della Banca del Giappone Takahashi Korekiyo, Schiff concesse all’Impero giapponese crediti per un ammontare di duecento milioni di dollari, attraverso la Kuhn, Loeb & Co.

Fu la prima grande emissione di titoli giapponesi a Wall Street e fornì circa la metà delle risorse necessarie allo sforzo bellico del Giappone. Schiff fece quest’operazione in parte perché credeva che l’oro non era importante quanto lo sforzo ed il desiderio di vincere una guerra di una nazione e in parte a causa dell’apparente stato di inferiorità del Giappone: all’epoca nessuna nazione europea era mai stata sconfitta da una nazione non europea in una guerra moderna su larga scala.

Fù così che grazie a Jacob Schiff la marina imperiale russa subì la sconfitta più grande di sempre

La più terribile sconfitta navale della storia russa avvenne nello stretto di Tsushima, tra il Giappone e la Penisola coreana, il 27-28 maggio del 1905. La Seconda flotta del Pacifico, composta da 38 navi da guerra, fu completamente annientata dalla flotta giapponese, che poteva contare su 89 unità in più. 

La spedizione era partita sotto una cattiva stella: per un errore marchiano all’inizio del lungo trasferimento delle navi dal Baltico al Pacifico, la Russia rischiò di entrare in guerra anche contro la Gran Bretagna!

Il boomerang della foga espansionistica globale

L’impero zarista, al fine di ottenere un porto nell’oceano Pacifico, libero dai ghiacci nei lunghi mesi invernali da destinare come punto di supporto militare e marittimo, individuò una base navale nella provincia di Liaotung, Port Arthur.

Tutto fu facilitato dalla fine della prima guerra sino-giapponese quando le nazioni europee si approfittarono della situazione spartendosi i brandelli dell’Impero cinese e, sotto richiesta della Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania, intimarono al Giappone di lasciare libera la penisola di Liaodong in cambio di una compensazione di 5 milioni di sterline.

Naturalmente tutti ne ricevettero dei vantaggi e vi crearono basi militari e commerciali per i loro commerci. Tra di esse Hong Kong che la Gran Bretagna mantenne fino ai giorni nostri.

Il grande impero si concentrò su Port Arthur che fu presto raggiunto dalla ferrovia transiberiana, dopo essere stato “affittato” per 25 anni. Ma politicamente non fu così semplice. Sebbene il Giappone si offrì di riconoscere l’influenza russa sulla Manciuria in cambio del riconoscimento della Corea nella sfera di influenza giapponese, questo non piacque alla Russia.

Il Giappone, dopo aver esaurito tutte le armi diplomatiche, ormai indispettito dalla strafottenza russa decise quindi di entrare in guerra. Il primo obiettivo fu di mettere fuori combattimento la flotta russa del Pacifico, prendendo Port Arthur e invadendo via terra la Manciuria. Iniziò un confronto prudente tra le due potenze: da un lato la flotta nipponica, che si teneva lontana dai territori occupati dai Russi, e dall’altro i Russi arroccati all’interno delle loro basi.

L’uomo chiave del momento fu l’ammiraglio Togo Heihachiro che decise di impiegare le mine navali per bloccare i porti nemici. La tattica ebbe successo e la prima vittima fu la possente corazzata Petropavlovsk, ammiraglia della flotta russa, che affondò dopo aver urtato una mina, portando con sé il comandante dell’intera flotta Stepan Makarov.

A questo punto la marina zarista cercò di raggiungere la più sicura Vladivostok, ma venne intercettata e sbaragliata nella battaglia del Mar Giallo. Le poche unità superstiti tornarono a Port Arthur sotto il fuoco delle artiglierie di terra nipponiche.

Lo zar Nikolaj II fu convinto ad inviare l’intera Flotta del Baltico, cinquanta navi da guerra di base a Kronstadt, nei pressi di San Pietroburgo, per unirsi al resto della flotta del Pacifico ed ingaggiare in battaglia i Giapponesi.

Ancora una volta la limitazione geografica era un fattore pesante da pagare, in particolare quando le distanze erano tali da costringere gli equipaggi ad un viaggio di mesi.

Altro errore, voluto dall’ammiraglio Rožestvenskij, capo supremo della flotta imperiale russa, fu l’inserimento di obsolete corazzate che avrebbero dovuto ingaggiare la flotta giapponese in uno scontro d’altri tempi. La flotta russa dovette attraversare il mar Baltico, la Manica, circumnavigare l’Africa, attraversare lo stretto di Malacca per poi spingersi verso Nord Est per raggiungere il porto marittimo di Vladivostok. Un viaggio estenuante che indebolì la forza navale zarista prima del suo arrivo in zona di operazioni.

Questi movimenti non rimasero nascosti all’ammiraglio Togo che, avvisato dalle sue spie, ordinò alle sue forze navali di intercettare la flotta russa prima del loro arrivo a Vladivostok, ovvero in quegli stretti che necessariamente sarebbero stati attraversati dalla flotta di Nicolai II.

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Le rotte navali percorse dalle unità navali di rinforzo Russe partite da Krasnoyarsk e dirette in Manciuria

Come risultato della battaglia, 21 navi russe furono affondate, sette furono catturate, sei ripararono in porti neutrali, dove furono bloccate (solo poche riuscirono poi a fuggire).

A causa della catastrofe di Tsushima, l’Impero russo cessò di essere una superpotenza navale. Per decenni, la parola “Tsushima” divenne sinonimo di sconfitta totale, come “Caporetto” nella lingua italiana o “Bérézina” in francese.

Il conflitto del 1904-1905 dette solo amarezze all’Impero russo e destabilizzò il Paese, favorendo l’acuirsi delle tensioni rivoluzionarie

La ragione principale che portò giustamente Schiff alla concessione dell’ingente prestito al Giappone è da ricercare come una risposta, in nome del popolo ebraico, alla politica antisemita dell’Impero russo, in particolare per l’allora recente pogrom di Chișinău e Bessarabia.

Il prestito attrasse l’attenzione di tutto il mondo ed ebbe conseguenze di rilievo: il Giappone vinse la guerra, in gran parte grazie all’acquisto di munizioni reso possibile da prestito di Schiff. Alcuni leader giapponesi lo interpretarono come una dimostrazione del potere degli ebrei in tutto il mondo.

In aggiunta al suo famoso prestito al Giappone, Schiff finanziò molte altre nazioni, comprese quelle che sarebbero diventate gli Imperi centrali (Gran Bretagna, Francia, ed in successione alla caduta degli Zar anche la Russia).

Durante la prima guerra mondiale Schiff esortò il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson e altri statisti alleati a porre fine alla guerra il più rapidamente possibile, anche rinunciando alla vittoria: temeva per la vita della sua famiglia rimasta in Germania, ma anche per il futuro della sua terra d’adozione. Organizzò la concessione di crediti alla Francia e ad altre nazioni per scopi umanitari e si espresse contro la guerra sottomarina.

Schiff condusse una politica di finanziamenti alle nazioni che sostenevano la causa di contrasto all’antisemitismo, contribuendo con il finanziamento al Giappone ad una pesante sconfitta della flotta navale della Russia Imperiale che ebbe un eco devastante dal punto di vista psicologico sia sulla popolazione civile che sul morale dei militari. Il “gigante” russo infatti era stato schiacciato ed umiliato dal “nano” giapponese.

A seguito della poderosa sconfitta della Russia nella battaglia di Tsushima nel 1905, Schif ebbe ad intuire che l’impero zarista iniziava a scricchiolare e per le vie di Pietrogrado alcuni ideologi ebrei iniziavano a fare comizi e propaganda sulla rivoluzione. Dunque un’altra occasione si stava concretizzando ed andava sostenuta finanziariamente.

Abili oratori ebrei come Leon Trotsky vennero notati, incoraggiati e finanziati per le loro abilità critiche sulle ideologie della scuola della Sinistra Hegeliana rivitalizzata da Karl Marx, facendo sì che seppur per il tempo strettamente necessario alla rivoluzione, antisemitismo ed odio di classe si sovrapponessero in una sorta di entropia la cui energia venne canalizzata verso la rivoluzione del 1917.

Con la notevole eccezione di Lenin (Vladimir Ulyanov), la maggior parte dei principali comunisti che presero il controllo della Russia nel 1917-20 erano ebrei.

Leon Trotsky (Lev Bronstein) era a capo dell’Armata Rossa e, per un certo periodo, era il capo degli affari esteri sovietici.

Yakov Sverdlov (Solomon) era sia il segretario esecutivo del partito bolscevico sia – come presidente del Comitato esecutivo centrale – capo del governo sovietico.

Grigori Zinoviev (Radomyslsky) era a capo dell’Internazionale comunista (Comintern), l’agenzia centrale per diffondere la rivoluzione nei paesi stranieri.

Altri eminenti ebrei includevano il commissario di stampa Karl Radek (Sobelsohn), commissario per gli affari esteri Maxim Litvinov (Wallach), Lev Kamenev (Rosenfeld) e Moisei Uritsky.

Lo stesso Lenin era prevalentemente di origine russa e di Kalmuck, ma era anche ebreo di un quarto. Il nonno materno, Israel (Alexander) Blank, era un ebreo ucraino che fu successivamente battezzato nella Chiesa ortodossa russa.

Inesauribile internazionalista, Lenin considerava la lealtà etnica o culturale con disprezzo. Aveva poca considerazione per i suoi compatrioti. “Un russo intelligente”, ha osservato una volta, “è quasi sempre un ebreo o qualcuno con sangue ebraico nelle sue vene”.

Febbraio: una rivoluzione nella vita degli ebrei

La rivoluzione di febbraio trasformò la vita degli ebrei. Pochi giorni dopo l’abdicazione dello zar Nicola II, tutte le restrizioni legali che riguardavano gli ebrei vennero abrogate. Più di 140 leggi, per un totale di qualche migliaio di pagine, vennero abolite da un giorno all’altro.

Per celebrare questo storico momento, fu convocata una sessione straordinaria del soviet di Pietrogrado. Era il 24 marzo 1917, vigilia della Pasqua ebraica. Il delegato ebreo che prese la parola nella riunione, immediatamente fece il paragone – così disse – tra la rivoluzione di febbraio e la liberazione dalla schiavitù degli ebrei in Egitto.

Tuttavia, l’emancipazione formale non fece scomparire la violenza antisemita. L’antisemitismo aveva radici profonde in Russia ma il nascente Partito Comunista seppe gestire il fenomeno perlopiù fomentato dalla parte di rivoluzionari anticasta che non avevano ottenuto posizioni rilevanti nella nuova struttura di governo.

Al congresso comunista parteciparono più di mille delegati, in rappresentanza di centinaia di soviet locali e di una ventina di milioni di cittadini russi. Il 22 giugno, mentre arrivavano segnalazioni di ulteriori incidenti antisemiti, il congresso approvò la più autorevole risoluzione fino ad allora adottata sulla questione dell’antisemitismo.

Scritta dal bolscevico Evgenii Preobrajensky, il testo si intitolava “Sulla battaglia contro l’antisemitismo” e, quando Preobrajensky ebbe finito di leggerlo ad alta voce, un delegato ebreo si levò in piedi ed espresse la sua piena approvazione prima di aggiungere che, quantunque non fosse servita a riportare in vita gli ebrei uccisi nei pogrom del 1905, la risoluzione sarebbe servita a lenire alcune delle ferite che continuavano ad arrecare così tanto dolore alla comunità ebraica. Quindi, il testo venne approvato all’unanimità dal congresso.

In buona sostanza, la risoluzione riaffermava l’antica posizione socialdemocratica, secondo cui l’antisemitismo equivaleva alla controrivoluzione.

Conteneva, però, un’importante ammissione: «Il grande pericolo – spiegò il relatore Preobrajensky – era «la tendenza dell’antisemitismo a dissimularsi dietro slogan radicali». Questa convergenza tra politica rivoluzionaria e antisemitismo, continuava la risoluzione, ha rappresentato «una grande minaccia per la popolazione ebraica e per il movimento rivoluzionario tutto, poiché minaccia di affogare la liberazione del popolo nel sangue dei nostri fratelli e di gettare il disonore sull’intero movimento rivoluzionario».

L’aver ammesso che antisemitismo e politica rivoluzionaria potessero sovrapporsi squarciò il velo su un nuovo aspetto del movimento rivoluzionario russo, che fino ad allora tendeva a inquadrare l’antisemitismo come un tema appannaggio dell’estrema destra. Con l’approfondirsi del processo rivoluzionario, verso la metà e la fine del 1917, la presenza dell’antisemitismo in settori della classe operaia e del movimento rivoluzionario divenne un problema crescente che richiedeva una risposta socialista.

La risposta dei soviet

Alla fine dell’estate, i soviet avevano iniziato un’ampia ed estesa campagna contro l’antisemitismo. Il soviet di Mosca, ad esempio, aveva organizzato in agosto e settembre conferenze e riunioni su questo tema nelle fabbriche. Nell’antica Zona di Insediamento i soviet locali furono determinanti nel prevenire lo scoppio di pogrom.

Verso la metà di agosto, a Chernigov, in Ucraina, le Centurie Nere accusarono gli ebrei di accaparrarsi il pane, scatenando così una serie di violenti disordini antiebraici, e fu fondamentale l’intervento di una delegazione del soviet di Kiev che organizzò una formazione di truppe locali per porre fine ai tumulti.

Per la direzione bolscevica le politiche rivoluzionarie non erano soltanto incompatibili con l’antisemitismo, ma erano diametralmente opposte. Come il principale quotidiano del partito, Pravda, avrebbe poi titolato in prima pagina nel 1918, «Essere contro gli ebrei significa essere a favore dello zar!».

Jacob Henry Schiff quindi dopo aver finanziato i nuovi movimenti rivoluzionari, abattuto nel 1917 il regime degli Zar, decise di aprire i rubinetti monetari anche alla Russia, finanziando di fatto i movimenti di rivolta comunisti e successivamente gli strateghi e gli ideologi dello stesso Partito Comunista Sovietico.

La prova che l’intuizione di Jacob Henry Schiff fù giusta è rinvenibile negli eventi che segnarono gli esiti della seconda guerra mondiale. Infatti grazie proprio all’operazione di finanziamento per la nascita del PCUS l’apporto successivo contro la Germania nazista nel corso della Seconda Guerra Mondiale fù determinante per la vittoria degli alleati. I morti della Russia nella seconda guerra mondiale furono 4 milioni circa.

L’incredibile paradosso Giapponese

Il paraddosso più marcato dei fatti storici riguardano il Giappone che a partire dal 1894 aveva conquistato praticamente quasi tutta l’Asia, e parte della Cina dove nel 1900 intervenne al fianco delle potenze europee contro la ribellione dei Boxer, sollevata in Cina da un grande numero di organizzazioni cinesi popolari, contro l’influenza straniera colonialista, così acquisendo ulteriore importanza internazionale: nel 1902 fu firmato un trattato con la Gran Bretagna e la successiva vittoria nella guerra contro la Russia zarista nel 1905 (grazie ai finanziamenti di Schiff) le consentì di occupare integralmente la Corea, poi annessa nel 1910, la metà dell’isola di Sachalin (sempre a danno dei Russi) e di porre le basi per una successiva penetrazione economico-militare in Cina.

Ovviamente l’occupazione e la contesa dei territori cinesi da parte del Giappone andò a confliggere con gli interessi delle potenze coloniali Inglesi, Francesi ed Americane, tensioni crescenti che ne causarono un inevitabile quanto naturale riposizionamento strategico al fianco della Germania e dell’Italia con la triplice intesa.

Ma gli incredibili meriti del Giappone per la distruzione del nazismo non terminano qui.

È noto, infatti, che il povero Churchill tempestava il Presidente americano ogni giorno di telegrammi e telefonate per pregarlo di intervenire al fianco degli alleati nel conflitto mondiale senza esito.

Il merito dell’ingresso degli USA nella seconda guerra mondiale è sempre dei Giapponesi che con il bombardamento a sopresa di Pearl Harbour nelle isole Hawaii risvegliarono il gigante che dormiva accendendo la miccia della guerra nel pacifico. L’ingresso degli USA nel secondo conflitto mondiale avrebbe poi segnato definitivamente gli esiti della guerra.

Tipici errori strategici di una miopia imperiale quanto isolana che tendeva a inconsapevolmente a sopravvalutarsi, come gli Zar fecero nella battaglia di Tsushima.

Altre Curiosità sugli effetti collaterali della Battaglia di Tsushima

Il Montenegro, alleato della Russia, rimase in guerra con il Giappone per oltre un secolo!

Per ringraziare la Russia per il suo sostegno politico ed economico di lunga data, il Principato del Montenegro dichiarò guerra al Giappone. Fu un gesto di natura più che altro simbolica, dal momento che nessuna unità militare montenegrina fu inviata in Estremo Oriente per combattere contro i giapponesi (a parte pochi volontari). 

Tuttavia, quando la Russia e il Giappone firmarono il trattato di pace nel 1905, il Montenegro fu snobbato, e quindi tecnicamente rimase in guerra.  Museo Meiji-mura

Dopo la Prima guerra mondiale il Paese perse la sua sovranità per quasi un secolo. Durante il suo breve periodo di “indipendenza” come stato fantoccio italiano, il Regno del Montenegro, durante la Seconda guerra mondiale, non fu riconosciuto dai giapponesi, e un trattato di pace non venne firmato.

Solo nel 2006, dopo che il Montenegro ha divorziato dalla Serbia ed è apparso nuovamente sulla mappa del mondo, i due Paesi hanno messo in ordine i loro rapporti. La “guerra” montenegrino-giapponese è ufficialmente finita dopo 101 anni. 

Un generale giapponese conquistò una roccaforte russa, ma, invece di sentirsi un eroe si suicidò

La terza armata giapponese, guidata dal generale Nogi Maresuke, assediò la fortezza russa di Port Arthur nella provincia cinese di Liaoning nel luglio 1904. La lunga difesa durò fino al 2 gennaio 1905 e costò ai giapponesi 56 mila morti, compresi due dei figli di Nogi.

Quando alla fine la fortezza si arrese, Maresuke fu proclamato eroe nazionale del Giappone. Tuttavia, lui vedeva questi eventi in una luce completamente diversa. 

Il generale riferì personalmente all’imperatore Meiji della presa della fortezza. Ma poi ruppe in pianto e chiese perdono per la perdita di tanti soldati giapponesi. 

Maresuke chiese al sovrano di permettergli di mettere fine alla sua vita con un suicidio rituale: il seppuku. Meiji si rifiutò di incolpare il generale e la richiesta fu rifiutata, finché l’imperatore restò in vita.

Nogi Maresuke tornò alla vita civile, diventando un mentore per il futuro imperatore Hirohito e costruendo ospedali per invalidi di guerra e memoriali per i caduti del conflitto.

Tuttavia, poco dopo la morte dell’Imperatore, Maresuke si considerò libero dal volere di quest’ultimo, e si suicidò assieme a sua moglie il 13 settembre 1912.

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